la denuncia dell'associazione costruttori A un anno dal via pochissime domande presentate. Sotto accusa le burocrazie locali PIANO CASA, praticamente uno sconosciuto. Ad un anno circa dal varo delle linee guida governative, il progetto che doveva mettere in moto investimenti per 59 miliardi di euro è fermo al palo in balia della burocrazia locale. È l'Ance, l'associazione nazionale dei costruttori edili, a lanciare l'alllarme in un suo recente rapporto. Una sorta di "federalismo edilizio", tra leggi regionali e normative comunali, ha di fatto prodotto un quadro talmente variegato da risultare disomogeneo anche allinterno di una stessa Regione e, quindi, inapplicabile. E il decreto di semplificazione amministrativa, promesso dal governo per spianare la strada agli interventi di ampliamento, demolizione e ricostruzione delle abitazioni e degli edifici, non è ancora arrivato. Molte leggi regionali hanno previsto la possibilità per i Comuni di delimitare o addirittura escludere lambito di applicazione degli interventi in relazione a determinati ambiti o immobili dei rispettivi territori sulla base di motivate esigenze di carattere urbanistico, paesaggistico ambientale o architettonico. Così, fa intendere l'associazione dei costruttori, non si va molto lontano. I Comuni, in particolare, hanno prodotto regolamenti molto rigidi, secondo l'Ance. Singolare, in Emilia Romagna, il caso di Parma dove per gli ampliamenti nelle case a schiera è necessario l'assenso scritto dei vicini e, se si aumenta il numero delle unità immobiliari, bisogna destinarle per almeno 10 anni all'affitto a «canone calmierato». A Comacchio poche le zone che potrebbero essere interessate dai nuovi interventi perché, secondo quanto precisa la delibera comunale, «il territorio è costituito in gran parte da ambiti caratterizzati da peculiarità di carattere paesaggistico ambientale». In Piemonte, a Torino si dispone «l'inderogabilità dell'altezza massima consentita dal regolamento edilizio per gli edifici posti a levante del fiume Po», mentre per quelli a ponente non c'è nessuna prescrizione. Una giungla, appunto, sostengono i costruttori. Se non si inverte la tendenza, è l'allarme del presidente Ance Paolo Buzzetti, «a fine 2010, per effetto della crisi, si perderanno 250mila posti di lavoro nel comparto dell'edilizia. E bisogna tener conto che già 110mila posti di lavoro sono stati persi». Le domande finora presentate, continua Buzzetti, «sono state bassissime: poche per Regione e questo dimostra il fallimento del piano casa. I cittadini non hanno avuto informazioni omogenee e non sanno a chi rivolgersi». Eppure, sostiene il presidente degli edili, con tre mosse si potrebbe cambiare rotta. In primis «bisogna applicare quelle semplificazioni amministrative inizialmente previste dal decreto legge promesso dal governo». Poi occorrono «incentivi fiscali per i cittadini, con cadenze temporali precise, sul fronte del risparmio energetico: sicuramente contribuirebbero a risollevare l'interesse». Infine bisogna avviare una sorta di «campagna informativa» per «spiegare ai cittadini come e cosa si può fare».
LIGURIA - Piano casa ancora fermo al palo
L'associazione costruttori A ha lanciato un allarme per il fallimento del piano Casa, che prevedeva investimenti per 59 miliardi di euro. Ad un anno dal varo delle linee guida governative, il progetto è fermo a causa della burocrazia locale. L'Ance sostiene che il "federalismo edilizio" tra leggi regionali e normative comunali è disomogeneo e inapplicabile. I Comuni hanno prodotto regolamenti rigidi, limitando gli interventi. In Emilia Romagna, ad esempio, è necessario l'assenso scritto dei vicini per gli ampliamenti nelle case a schiera.
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