LA STORIA L'opera che divide da 20 anni architetti e ambientalisti A. Po. A. Po. La battaglia contro la costruzione dell'auditorium di Ravello ha seguito lo sviluppo del progetto, fin dagli anni novanta: da un lato la fondazione presieduta da De Masi, l'amministrazione comunale dell'epoca, guidata da Secondo Amalfitano, e il governatore Bassolino; dall'altro Italia Nostra. La battaglia legale comincia con i proprietari del terreno che ricorrono al Tar, con loro si schiera l'associazione ambientalista che inizia la battaglia a colpi di carta bollata. Il Tribunale amministrativo aveva respinto una prima volta il progetto inserito nel piano regolatore di Ravello e lo aveva poi respinto una seconda volta, dietro ricorso della sezione di Salerno di Italia Nostra. La doppia bocciatura era stata dettata dal fatto che il Piano urbanistico territoriale elencava con precisione le opere pubbliche che potevano essere realizzate nel territorio e l'auditorium non era previsto tra quelle. Il Consiglio di Stato però annulla l'ultima sentenza del Tar perché non era stata chiamata in causa la Soprintendenza salernitana. Così il progetto si sblocca e il 29 gennaio 2010 arriva il giorno dell'inaugurazione. Gli ambientalisti però insistono anche a opera terminata: «Quello dell'auditorium è un problema di legalità - dichiara Guido Donatone, di Italia Nostra - il manufatto poi è avulso e invasivo nel contesto paesaggistico di Ravello. I partecipanti a un convegno di urbanistica l'hanno paragonato a un contenitore per rotoli di carta igienica. La struttura risulta affogata nella scadente edilizia abusiva che devasta il declivio». Massimiliano Fuksas invece descrive l'auditorium in tutt'altro modo: «Guardando dalla costiera verso la collina di Ravello si coglie l'immagine bianca di un edificio che sembra avere la forma di un foglio di carta appena messo in tensione, con una fessura che guarda in basso verso il mare e un'altra, più grande, che racconta il flessuoso andamento della copertura. Ci sono molti modi per parlare di un'architettura, anche quella che in un giorno, in un disegno rapido, Oscar Niemeyer consegnò alla sua e alla nostra storia». Anche se l'architetto italiano riconosce: «Quasi centenario, Niemeyer non visitò Ravello e ha visto la costa amalfitana solo sulle carte. Anche vero che ci sono anomalie costruttive e forse linee curve che sbattono senza rispetto contro superfici rigide. È anche vero che Niemeyer non ha redatto né il preliminare né il definitivo né l'esecutivo e non ha neanche seguito i lavori. Ma tutto questo, vista l'opera, entrandoci dentro, scoprendone la testarda facilità progettuale e la caparbietà nel volere assolutamente che l'Auditorium di Ravello fosse realizzato, non avvicina noi pigri e ignari all'universo della creazione?». Se non c'è stata la presenza sul cantiere, sulla paternità dell'opera Niemeyer è irremovibile, nel 2004 in risposta alle polemiche locali prende carta e penna e scrive: «Il 23 settembre 2000, nel mio studio di avenida Atlantica a Rio de Janeiro, ho consegnato a Domenico De Masi il plastico dell'auditorium e della piazza, 10 tavole di disegni e una dettagliata spiegazione necessaria. Il tutto ha rappresentato un mio dono all'amico De Masi e alla città di Ravello». Nel 2003 160 intellettuali (tra gli altri, i giornalisti Corrado Augias e Gino Castaldo, il filosofo Remo Bodei, Paolo Flores D'Arcais, Frei Betto...) firmano un manifesto in difesa della struttura, struttura che ha diviso il mondo accademico napoletano. Secondo Giulio Pane, «quella che molti andranno a inaugurare a Ravello non è un'opera di architettura contemporanea (...). Essa non è altro che una tardiva e pretestuosa manifestazione del narcisismo di un anziano architetto, congiunto e ben coordinato con l'ambizione politico-amministrativa locale, e con il provincialismo del gusto e delle scelte che sempre a esso si accompagna». Si tratterebbe di una tardiva espressione di razionalismo, «sorda a ogni più duttile e moderna articolazione - conclude Giulio Pane - tanto persuasa di sé quanto estranea a ogni altra sensibilità ed espressione che non sia quella del potere e del successo che quel razionalismo tende ancora a interpretare e rivestire con i suoi abiti. Ubiquitaria e per sua scelta estranea alla necessità di porsi in qualche relazione con l'ambiente, avrebbe potuto essere costruita a Copacabana, a Dubai o in uno qualunque degli splendidi luoghi che costituiscono il contesto nevrotico del "sistema" contemporaneo». Di parere opposto Aldo Loris Rossi, che scrive: «A Ravello una "leggera vela gonfiata dalla brezza marina" proteggerà gli appassionati della grande musica. Oggi risulta di capitale interesse la transizione dal paradigma meccanicista (tardo-razionalista) al paradigma ecologico (organico-sintetico) che concepisce l'architettura come un organismo vivente in simbiosi con la Natura. Quest'opera di Niemeyer si inserisce perfettamente in questa nuova prospettiva dell'architettura. E, non è un caso, che insieme alla Fabbrica di ceramica a Vietri (1951-54) di Soleri, l'unico capolavoro dell'architettura organica in Italia, sia stata osteggiata in Italia e anzitutto a Napoli». Foto: L'AUDITORIUM DI RAVELLO FOTO ADRIANA POLLICE OSCAR NIEMEYER Da Brasilia alla Costiera, comunista a 102 anni Alla veneranda età di 102 anni, Oscar Niemeyer continua a partecipare a progetti internazionali. È considerato uno dei più conosciuti ed importanti personaggi nella moderna architettura internazionale. Niemeyer e i suoi contributi alla costruzione della città di Brasilia sono stati ritratti e trasformati in parodia nel film francese del 1964 L'homme de Rio (L'uomo di Rio), in cui partecipò l'attore Jean-Paul Belmondo. Innumerevoli le sue opere: con Lucio Costa nel '39 disegnò il padiglione brasiliano al New York World's Fair e il sindaco Fiorello La Guardia, impressionato, gli consegnò le chiavi della città. Nel 1940 a Belo Horizonte progettò il nuovo quartiere di Pampulha. Destò polemiche la sua Chiesa di San Francesco d'Assisi a Belo Horizonte. Ha fatto parte del team internazionale che progettò il quartier generale dell'Onu a New York. Famosa anche la sua casa a Rio de Janeiro. Comunista, durante la dittatura fu costretto ad andare in esilio.