Ogni volta che si avvia a Napoli una nuova iniziativa culturale si solleva immancabilmente un vespaio di polemiche. Ed è accaduto anche in occasione della inaugurazione del museo darte contemporanea a SantElmo, il cosiddetto "museo in progress". Il primo motivo di disappunto nasce forse dalla etichetta data alliniziativa, quel Napoli Novecento che ridotto in logo diventa "NN" che fa pensare ovviamente al "nullo nomine", il cosiddetto "figlio di nessuno". E invece il museo in questione una paternità la possiede. Il punto più discutibile consiste proprio nella autoreferenzialità che vige ormai sovrana e incontrastata. Se si ha la pretesa di organizzare uno spazio museale sia pure aperto e suscettibile di integrazioni, come ci pare di capire debba e voglia essere liniziativa di SanElmo, la visione non può non essere che storica e non soggetta quindi a interpretazioni di gusto parziale, cioè a dire che le scelte debbono essere improntate ad un criterio di oggettività, lasciando stare le proprie preferenze e oscurando almeno per un po la propria sete autoreferenziale. Nel caso specifico le lacune e le omissioni sono diverse e alcune incomprensibili oltre che gravi; può allora una visione zoppa presentarsi come una storicizzazione di quello che cè stato o è avvenuto a Napoli a partire dal 1910? Non sarebbe stato meglio dichiarare il criterio parziale senza appellarsi a valutazioni di merito e di qualità? Perché in questo caso come si fa a sostenere lesclusione - cito un solo caso ma sono decine di un artista come Antonello Leone che già nel 1940, poco più che ventenne vince alla Biennale di Venezia con unopera che è tra laltro visibile nellaula consiliare della Provincia di Benevento? (ma anche lesclusione di Salvatore Paladino, lo zio e maestro di Mimmo, grida a suo modo vendetta). Ma il guaio per così dire sembra essere un altro: troppi operano in città (questo di Napoli Novecento è il terzo o quarto museo dedicato allarte contemporanea) ritenendosi "il sale della terra" e tanti altri si lagnano per non essere stati valorizzati abbastanza, come è il caso di Tato Russo che annuncia il suo abbandono del teatro da lui diretto per oltre ventanni, il Bellini, e della stessa città di Napoli. Loscillazione è appunto tra un eccesso di autoreferenzialità e la lamentazione sentimentale per il talento misconosciuto: due costanti che non riusciamo ad esorcizzare e alle quali se ne aggiunge una terza, vale a dire labitudine dei tanti soloni che pur vivendo da anni lontano (e ben protetti) dal Vesuvio e da Mergellina, continuano a impartirci lezioni sui mali dai quali non riusciamo a guarire.