Gli appartengono la parola lottizzazione e il concetto di fattore K ; una successione tra le più ardue nei giornali italiani, quella del ventennio di Giulio De Benedetti, il mitico Ciuffettino, alla direzione de La Stampa; infiniti libri (il Servizio bibliografico nazionale ne elenca 22, ma omettendo gl'interventi minori); l'onore e l'onere d'essere stato il primo ministro tecnico ai Beni culturali, - dopo gli infausti decenni dei Facchiano e Bono Parrino, e il merito di avere modernizzato i nostri musei con una legge che reca il suo cognome; e siccome, finché ha potuto, ogni giorno vi si recava a vogare su un pattino per poi ricevere gli amici da Mastino, un po' gli appartiene anche Fregene: questo, e molto altro, era Alberto Rondhey, intellettuale a tutto tondo , giornalista, scrittore, viaggiatore, tanto colto da essere talora accusato di snobismo, politologo, laico; una persona seria: Era pignolo: qualche volta, perfino troppo. Romano e repubblicano (giovanissimo, dirige La Voce di quel partito, dopo aver studiato con Carlo Dionisotti, ed avere esordito nei togli clandestini), nasce nel 1926, e avrebbe compiuto 84 anni a settembre: venerdì scorso, se n'è andato nella sua casa romana, che guarda Castel Sant'Angelo; lo ha reso noto la figlia Silvia, celebre studiosa dei bizantini, e suona come l'ultimo elitarismo: andarsene senza lasciarsi salutare, magri per evitare qualche lacrima di coccodrillo. Perché Alberto Ronchey, spesso, provava anche dei fastidi: soprattutto la sciatteria e la superficialità risultavano imperdonabili in chi (come lui) era abituato a controllare ogni dettaglio seppure minimo, tanto che il corsivista più pungente (Fortebraccio, al secolo Mario Melloni) spiegava: «Pare sempre che scriva, invece che articoli, delle schede d'enciclopedia». Era di remote origini scozzesi: magari, c'entra qualcosa? - Le sue voci sono state soprattutto i bipolarismi (Usa e Urss) e la democrazia bloccata (la nostra, anche a causa del fattore K che impediva ai comunisti di partecipare al ricambio): le ha sviscerate in volumi come Usa e Urss i giganti malati, ma anche Accadde in Italia 1968-1977, o Accadde a Roma nell'anno 2000; o in Atlante ideologico e La crisi americana, raccogliendo poi i pensieri in Fin di secolo in fax minore e Diverso parere. S'è dedicato a tanti Libri bianchi(come quello sull'ultima generazione tra candore e terrore), e ai Limiti del capitalismo. Dal Mondo in poi, non c'è stato un autorevole giornale d'informazione italiano che non ne abbia avuto la firma; nel periodo caldo dal 1968 al '73, dirige La Stampa; non riesce per un soffio a insediarsi in via Solferino, al Corriere della Sera; per due anni dal 1992, nei governi di Giuliano Amato e di Carlo Azeglio Ciampi, è ministro dei Beni culturali, e a lui si deve appunto la legge Ronchey che istituisce, nei nostri musei allora polverosissimi (solo il 53 per cento aperti), i servizi aggiuntivi: librerie, oggettistica, ristoranti e bar. Allora diceva: «La tv è un'aberrazione miediatica, di colossale trivialità, nessun'altra invenzione umana ha mai provocato tanti danni»; e invocava una legge per i writers, giacché trovava insopportabili le scritte sui muri: «Chi produce le bombolette, deve anche immettere i solventi sul mercato». Quando è riuscito a protrarre l'orario dei musei dalle 10 alle 19, spiegava: «Come avviene all'estero, no? Perché essere sempre un'Italietta?». A lui si deve anche il censimento delle opere statali date, senza limiti di tempo,in prestito a istituzioni, ma anche a privati: sdegnato, si accorse che erano migliaia, e cominciò a farle ritornare; c'erano anche tele di Guido Reni, graziosamente concésse. Usava mettere in discussione le proprie idee: non a caso, una sua rubrica sull'Espresso l'aveva voluta intitolarla Il dubbio; era laico fino all'ultima virgola. Di lui, Indro Montanelli scriveva: «Credo che sia il giornalista europeo che ha scavato più a fondo nei problemi del mondo, e che meno ha concesso al sensazionalismo e al colore», ha indagato la Russia di Kruscev e l'America di Kennedy; la Cecoslovacchia di Dubcek, l'Africa, l'India, il Giappone; a Roma si teneva lontano dal generone e dalla politica, nel senso più stretto; Fortebraccio lo sfotteva (ma volendogli un po' di bene), e lo chiamava "l'ingegnere", o anche "Lord Covoretto", rimproverandogli l'uso di troppi termini non italiani: «Il prosciutto lo chiama jambon perché si chiama Ronchey e non Ronckei». L'ingegnere si confessava «malato di mania da accertamento». «Una figura di spicco del mondo democratico, protagonista del dibattito sui grandi temi della politica e della cultura difensore appassionato di fondamentali valori di civiltà», riassume il Capo dello Stato in un messaggio alla moglie Vittoria e a Silvia. Che gli sia lieve la terra.
L'addio a Ronchey, un laico per l'arte. Grazie alla sua legge una vera rivoluzione per i musei.
Alberto Ronchey, giornalista, scrittore e politico italiano, è morto a 84 anni. È stato direttore de La Stampa, ha scritto libri come "Usa e Urss" e "Accadde in Italia 1968-1977", e ha lavorato come ministro dei Beni culturali nel governo di Carlo Azeglio Ciampi. È stato noto per la sua serietà e la sua attenzione ai dettagli, e ha scritto sulla democrazia bloccata e sul bipolarismo. Ha anche lavorato per modernizzare i musei italiani e ha introdotto la legge Ronchey, che istituisce servizi aggiuntivi come librerie e ristoranti. È stato un autorevole giornalista e ha scritto per molti giornali italiani.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo