Alberto Ronchey è scomparso, a poco meno di 84 anni, nei giorni in cui si ricordavano i centenari di due intellettuali, come lui, di scuola laica: Ennio Flaiano e Mario Pannunzio. Un'Italia civile, europea, problematica, critica, fra le più nobili certamente. Quella che noi, poco più che ventenni, potevamo rintracciare sul Mondo e nelle corrispondenze del Ronchey trentenne da Mosca, per la Stampa. Avrei appreso più tardi che aveva cominciato ragazzo alla Voce Repubblicana clandestina nel terribile 1943-44. Per poi dirigerla, vicino a Ugo La Malfa. Del resto, faceva parte della generazione nata attorno agli anni Venti, che ha dato giornalisti di alta statura, professionale e morale: lui, Enzo Forcella, Alberto Cavallari, Antonio Cederna, Gianni Corbi, Mario Fazio, Paolo Murialdi, Michele Tito, Livio Zanetti. Alcuni già dimenticati. Lo incrociavo, in anni recenti, su Ponte Sant'Angelo durante la passeggiata da piazza Adriana, dove abitava, al centro e ritorno. Lo accompagnavo. Si fermava spesso a ragionare, sempre più critico, su questa Italia che così poco gli apparteneva. Anni fa aveva coniato il termine lottizzazione per la spartizione partitica di posti e poltrone, di cui parlava severamente. Ma la marmellata populista odierna non riusciva quasi a definirla. Conoscitore profondo dell'Urss, ma pure degli Usa dove aveva viaggiato a lungo, appoggiava puntigliosamente su dati e cifre le proprie inchieste, fra politica, economia e costume. Al punto di meritarsi dal corsivista dell' Unità, Fortebraccio, l'appellativo di ingegnere . Tagliente verso lui, inventore di quel fattore K (da Kommunizm) che, riferito al Pci, ritardava da noi una normale alternanza di governo. Un maestro che lascia libri di lunga durata: La Russia del disgelo, Usa-Urss: i giganti malati, Accadde in Italia (1968-1977), gli anni della sua direzione alla Stampa. Poi sarebbe stato editorialista del Corriere della Sera e di Repubblica. Fra gli ultimi titoli alcuni vengono dritti dalla sua lucida ironia: Fin di secolo in fax minore, o Accadde a Roma nell'anno 2000, premonizione grottesca di servizi e disservizi giubilari. Nel 1992 Giuliano Amato lo chiamò a reggere i Beni culturali, ministero creato da Giovanni Spadolini. Nel 1994 Carlo Azeglio Ciampi lo confermò. Diede prestigio e insieme modernità: la legge Ronchey dotò finalmente i nostri musei di bar, ristoranti, librerie, guardaroba ecc. Si adoperò per tenerli aperti il più possibile. Fece sloggiare le bancarelle dai portici degli Uffizi dettando una linea di decoro. Presentò anche un disegno di legge per mitigare il flagello delle scritte vandaliche su palazzi e chiese: dovevano essere ammessi soltanto spray lavabili. Inascoltato: andava contro gli interessi della lobby delle vernici. Lo rivedo scuotere la testa e avviarsi di nuovo verso piazza Adriana.