Un'immagine restituisce vivissimo il carattere del Ronchey ministro per i Beni culturali. Firenze, ore 12 di giovedì 27 maggio1993, corridoio Ovest degli Uffizi. E la prima conta dei danni dopo la follia mafiosa della bomba piazzata all'una di notte in via dei Georgofili. Ronchey, l'immancabile impermeabile color sabbia, prende appunti su un taccuino mentre calpesta i vetri corazzati che hanno salvato capolavori come il Tondo Doni di Michelangelo: «Se fosse stata messa in piazza Castellani, a quest'ora avremmo perduto il meglio degli Uffizi: Giotto, Paolo Uccello, Cimabue, Piero della Francesca, Pollaiolo, Masaccio, Leonardo, Bronzino. Meno male che erano ignoranti...». Pochi minuti dopo, riunione operativa con i soprintendenti. Accanto a lui Antonio Paolucci, altro futuro ministro dei Beni culturali. Nessuna cerimonia ma solo cifre, dati. Per parlare subito di riapertura. Un ministro anomalo, lontano mille anni luce dai meandri della burocrazia. Dice, con una sintesi piena di significati, Andrea Carandini, presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, nominato da Ronchey membro del Comitato tecnico-scientifico di settore per l'archeologia: «Molto sempllcemente il ministero non sarebbe quello che è oggi senza il lavoro di un ministro come Alberto Ronchey. Un protagonista molto efficace, concreto, fattivo. La sua intuizione complessiva fu veramente rivoluzionaria per quegli anni. Ebbe il coraggio di porre ai centro della questione del patrimonio culturale la valorizzazione. Ovvero il concetto contemporaneo di museo non solo come luogo semplicemente espositivo o destinato alla conservazione ma come piattaforma per un nuovo impulso anche economico. Mi stupiva di lui una non comune capacità manageriale. Lo ricordo con ammirazione». Parlare della legge Ronchey oggi, a quasi vent'anni di distanza dalla sua approvazione, significa ritrovare le fondamenta stesse del moderno Codice dici beni culturali. Cioè una tutela pronta a fare i conti col mercato: merchandising (commercializzazione delle produzioni e dell'oggettistica legata al museo), servizi aggiuntivi (librerie, ristoranti, audio-guide), sistema delle prenotazioni, sponsorizzazioni, volontariato, mobilità del personale. Scopo finale: l'autofinanziamento dei beni culturali (e oggi c'è ancora chi ne parla come una novità). Il 12 novembre1992, quando Ronchey arriva nel Consiglio dei ministri presieduto da Giuliano Amato, molti suoi colleghi capiscono con difficoltà l'orizzonte di quel non politico che ha in mente il modello del Metropolitan Museum di New York e di altri grandi musei certamente non italiani. Ronchey è anche il ministro che prova a imporre una legge contro gli spray che vandalizzano i marmi antichi (obbligo di vendere solo vernici solvibili). O che si batte perché l'Arena di Verona mantenga la sua vocazione lirica (provocandosi l'inimicizia di Zucchero, Pavarotti e Baglioni). O che chiede agli eredi Savoia di riavere ciò che manca all'archivio storico lasciato all'Italia da Umberto II. E che polemizza apertamente con alcuni settori del sindacato, accusandoli senza paura di «monopolio corporativo». Conclude Carandini: «La burocrazia ministeriale ti può far morire di tram-tram. Lui decise di batterla a colpi di novità. Se oggi il ministero è più agile, lo dobbiamo ad Alberto Ronchey».