Era Ottobre quando la bomba deflagrò. L'archivio Vasari passava in mani russe, venduto dai proprietari alla Ross Engineering, colosso moscovita pronto a sborsare per le carte l'iperbolica cifra di 150 milioni di euro. Una somma esorbitante che di fatto metteva lo Stato in mutande: unico a poter esercitare il diritto di prelazione sul tesoro, ma impossibilitato a farlo perché quei denari non si spendono per un singolo complesso di opere, per quanto di straordinario valore. Un blocco comprendente sonetti di Michelangelo con dedica a Vasari, un autoritratto dello stesso Giorgio, un epistolario con lettere di Annibal Caro, il traduttore dell'Eneide, dei Granduchi, dei grandi Papi dell'epoca. A guidare l'affare era un certo Stepanov, Vassilj Stepanov, emissario, lui sosteneva, di un misterioso oligarca russo del quale annunciò pure la scomparsa per negare l'interesse del suo gruppo all'acquisto dell'archivio quando la notizia mise a rumore Arezzo e l'intero mondo dell'arte. «E' vero che ho stipulato il contratto disse ma avevo agito come procuratore di un oligarca divenuto miliardario con il commercio del legname, morto poi in un incidente. Non se ne fa più di niente». Non era vero. L'avvocato Alberto Marchetti e l'immobiliarista romano Enrico De Martino corsero a Mosca col cuore in apprensione, ma allora la storia per loro (e soprattutto per i Festari) ebbe il lieto fine: i russi confermavano l'acquisto e allo stesso tempo si apriva per le carte (e per la città che le ospita) un futuro niente affatto chiaro. Il ministro Sandro Bondi, dal canto suo, fece quello che era in potere di fare. Disse che il denaro non c'era per un bene il cui prezzo era obiettivamente fuori dai valori ordinari del mercato internazionale della cultura. Disse anche, però, che mai e poi mai lo Stato avrebbe rinunciato al vincolo pertinenziale che lega indissolubilmente l'archivio alla casa-museo di via XX Settembre dove il grande aretino aveva vissuto. Mille le interpretazioni sull'acquisto della «Ross», una ridda di ipotesi sulle vere intenzioni dei russi e sul background dell'affare che poteva essere legato a possibili investimenti immobili- srl in Russia. In ogni caso era partito il conto alla rovescia. L'orologio si sarebbe fermato il 21 marzo, data di scadenza dei 180 giorni entro i quali lo Stato avrebbe potuto fare valere il diritto di prelazione. E ormai siamo alle porte. Ma nel frattempo si innestava un'altra vicenda. Sull'archivio vasariano si accendeva a novembre un pignoramento messo in atto dalla direzione regionale di Equitalia a novembre, a tutela di un debito di 700 mila euro dei Festari con il fisco. Gli eredi erano convinti che fosse tutto a posto, che fosse valido l'accordo informale con il direttore di Pisa della Spa incaricata di riscuotere i crediti pubblici e che in questo caso stabiliva tempi e modi di rientro del debito. Con la garanzia di un personaggio molto vicino alla famiglia, forse lo stesso Enrico De Martino, l'immobiliarista romano, che nel 2008 pagò per estinguere un altro pignoramento e che poi, nel settembre dell'anno scorso, aveva fatto da procuratore di famiglia per concludere l'affare. Una storia che nelle previsioni avrebbe dovuto risolversi senza grane per i proprietari e che si è invece trasformata in una corsa contro il tempo.
AREZZO La telenovela dell'acquisto: Le carte sono nostre. Dall'annuncio-bomba alla corsa contro i debiti.
In ottobre, l'archivio Vasari è stato venduto alla Ross Engineering, un'azienda moscovita, per 150 milioni di euro. L'acquisto è stato guidato da Stepanov, un emissario di un oligarca russo, che ha negato l'interesse del suo gruppo all'acquisto. L'avvocato Alberto Marchetti e l'immobiliarista Enrico De Martino hanno corso a Mosca per prevenire l'acquisto, ma i russi hanno confermato l'acquisto. Il ministro Sandro Bondi ha dichiarato che il denaro non c'era per l'acquisto e che lo Stato non avrebbe rinunciato al vincolo pertinenziale dell'archivio alla casa-museo di via XX Settembre.
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