il giornalista è morto a 84 anni Se le malattie endemiche del giornalismo, soprattutto italiano, ma non solo, sono da sempre superficialità, approssimazione, pigrizia mentale, lo "stile Ronchey" ha rappresentato per sessant'anni un efficace antidoto a un'epidemia che ha da tempo contagiato vecchi e nuovi media. Giornalista, scrittore, ministro, intellettuale completo, Alberto Ronchey è morto ieri a Roma all'età di 84 anni. «Ho cominciato a scrivere sulla stampa clandestina durante l'occupazione» aveva raccontato di se stesso «e poi feci il cronista, il redattore capo, il corrispondente, l'inviato speciale, il direttore, il professore di sociologia, il ministro, il presidente della Rizzoli. In ogni luogo, in ogni mestiere, ho scoperto cose nuove. Fare sempre lo stesso lavoro diventa una routine». Ronchey sfuggiva la routine culturale e politica, aborriva gli slogan e i luoghi comuni e praticava intensamente l'arte della curiosità, ma riteneva che la principale qualità di un articolo - e quindi di un giornalista - fosse la precisione. Al punto da guadagnarsi l'appellativo di "ingegnere", che forse per chi lo aveva coniato non voleva essere proprio un complimento, ma per lui - sempre disposto a sacrificare la brillantezza con l'esatezza - lo diventava. Indro Montanelli definiva i suoi articoli «saggi di politica, economia, sociologia (quella vera)», sottolineando come questi fossero «frutto di lunghi soggiorni» in tutti i paesi del mondo, «d'indagini da 007 nelle loro viscere, di attente e di vaste letture». «Era molto attento ai particolari essenziali e alle cifre» ha detto ieri Giorgio Bocca «mentre in Italia il giornalismo è soprattutto letteratura e quasi mai cronaca puntuale. Non sono mai stato geloso di lui, l'ho sempre considerato un collega da imitare». Con alcuni suoi articoli rimasti celebri Ronchey inventò definizioni e neologismi poi entrati nei dizionari. È il caso di "lottizzazione" e "fattore K, quest'ultimo utilizzato in un editoriale del Corriere della Sera del 30 marzo 1979, per spiegare l'impossibiltà del Partito comunista italiano di accedere al governo del Paese. Nella corso della sua vita (è padre della storica Silvia Ronchey), vissuta in buona parte viaggiando in tutto il mondo, ha pubblicato una ventina di libri che segnalano la varietà e la vastità dei suoi interessi, da "La Russia del disgelo"(1963) a "Ultime notizie dall'Urss" (1974); da "La crisi americana" (1975) ai "Limiti del capitalismo" (1991); da "Accadde in Italia: 1968-1977" a "Atlante italiano" (1997). L'ultimo libro è del 2004, "Il fattore R", una conversazione con Pierluigi Battista. «È stato emozionante essere a Dallas quando hanno assassinato Kennedy» rievocava. «Fui nel luogo della strage dei dodici piloti italiani a Kindu in Africa. In Russia conobbi tutti i poeti e musicisti più famosi. Poi feci molte interviste a futuri premi Nobel, Samuelson, Modigliani, e a politici come Callaghan in Inghilterra e McNamara». «Era un osservatore di altissima competenza» ha detto il politologo Giovanni Sartori «anche perché, apparteneva a un giornalismo che ora quasi non c'è più, che sapeva ben documentarsi». Sartori ha poi sottolineato che Ronchey «fece bene anche come ministro dei Beni culturali, e come tale non si fece condizionare». L'esperienza di ministro durò dal '92 al '94, con i governi Amato e Ciampi. Due anni nei quali si distinse per una serie di provvedimenti, come la legge che porta il suo nome, varata per dare efficienza a musei statali, biblioteche e archivi, e che introdusse nei musei caffè e librerie. E non esitò a prendere decisioni difficili, come il ricorso alla mobilità del personale per tenere i musei aperti nei giorni festivi o gli "sfratti" alla musica rock dall'Arena di Verona, alla lirica da Caracalla. Come ha osservato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, la sua genealogia politica era quella di La Malfa e Spadolini: «Figura di spicco del mondo democratico di impronta laica e repubblicana, protagonista del dibattito sui grandi temi della politica e della cultura, difensore appassionato di fondamentali valori di civiltà».gallettailsecoloxix.it
Ronchey, elogio della precisione
Il giornalista Alberto Ronchey è morto all'età di 84 anni. È stato un giornalista, scrittore, ministro e intellettuale completo. Ha lavorato in diversi settori, tra cui la politica, l'economia e la sociologia. Ha scritto numerosi libri e ha vissuto in molti paesi del mondo. È stato noto per la sua precisione e la sua curiosità. Ha lavorato come ministro dei Beni culturali dal 1992 al 1994 e ha introdotto provvedimenti per migliorare la gestione dei musei e delle biblioteche. È stato considerato un collega da imitare e ha lasciato un'eredità nel mondo del giornalismo.
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