Sue parole e terminologie sono entrate nell'uso comune, come «lottizzazione» e «fattore k» Un saggista che ha fatto scuola OLTRE GLI AFORISMI Indro Montanelli definiva con ammirazione i suoi articoli «saggi di politica, economia, sociologia (quella vera)», sottolineando come questi fossero «frutto di lunghi soggiorni» in tutti i paesi del mondo, «d'indagini da 007 nelle loro viscere, di attente e di vaste letture». Proverbiale per la precisione con la quale curava ogni riferimento, ma anche per l'inventiva (suo il termine «lottizzazione», nonchè l'espressione «fattore k») Alberto Ronchey morto venerdì a Roma a 83 anni, è stato l'incarnazione di un giornalismo tutto fatti, non ideologico e molto anglosassone, forse anche per il sangue scozzese che in parte gli scorreva nelle vene. Protagonista «di un mondo democratico e di impronta laica e repubblicana», come ha sottolineato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, animato da un grande impegno civile che dimostrò anche quando con il primo governo Amato fu nominato ministro dei beni culturali. Romano, di tradizione repubblicana, cominciò il suo apprendistato appena sedicenne -erano gli anni dell'occupazione tedesca- alla Voce Repubblicana, giornale del quale divenne direttore. Ha lavorato al Mondo, al Resto del Carlino. È stato a lungo inviato speciale e poi direttore de la Stampa. Conclusa l'esperienza torinese, nel 1973, è stato editorialista del Corriere della Sera e poi di Repubblica, ha lavorato per la Rai. Ha raccontato l'Unione sovietica di Kruscev «superpotenza sottosviluppata», Berlino appena divisa dal muro, Cipro sconvolta dalla guerra fra greci e turchi, l'America di Kennedy, l'India, il Giappone, il Sud dell'Italia e la questione meridionale. È stato l'unico giornalista a raggiungere Kindu, in Congo, dopo il massacro dei tredici caschi blu italiani. Suo il termine «lottizzazione», inventato per definire l'abitudine dei partiti di spartirsi le nomine negli enti pubblici a partire dalla Rai. Sua è anche l'espressione «fattore K» (dal russo Kommunism, comunismo), usata nel 1979 sulle pagine del Corsera per spiegare la mancata alternanza al governo dell'Italia legata alla presenza di un grande partito comunista che, per ragioni di alleanze ed equilibri internazionali, non poteva giungere al potere. Critico fra i più esigenti della classe politica, autore prolifico di molti saggi (fra i titoli più importanti «Accadde in Italia», 1977; «Chi vincerà in Italia», 1982; «Atlante italiano», 1997) Ronchey non esitò a mettersi in gioco come ministro dei beni culturali, con i governi Amato e Ciampi. Due anni ('92-'94) nei quali si distinse per una serie di provvedimenti, come la legge che porta il suo nome, varata per dare efficienza a musei statali, biblioteche e archivi, e che introdusse nei musei caffè e librerie. E non esitò a prendere decisioni difficili, come il ricorso alla mobilità del personale per tenere i musei aperti nei giorni festivi o gli sfrattI alla musica rock dall'Arena di Verona, alla lirica da Caracalla, alle bancarelle dagli Uffizi. Dopo l'esperienza da ministro è stato anche professore di sociologia all'università di Venezia e presidente del gruppo editoriale Rizzoli Corriere della Sera. L'ultimo libro è del 2004, «Il fattore K», una conversazione con Pierluigi Battista, nella quale si ripercorrono le svolte e le crisi che hanno segnato gli ultimi sessant'anni della storia italiana e mondiale. Sessant'anni di cui Ronchey è stato testimone arguto e puntigliosamente fedele, esponente tra i più grandi di un giornalismo capace di raccontare grazie all'osservazione diretta e ad un bagaglio sempre rinnovato di letture, riflessioni, approfondimenti. Con pessimismo, disincanto, rifiuto delle mode. Ma anche una curiosità mai sbiadita ed un bisogno sempre vivo di conoscere e capire. Unanime il cordoglio del mondo politico e culturale: dal presidente della Camera Gianfranco Fini («grande rigore morale e ferma coerenza personale») al ministro dei beni culturali, Sandro Bondi («Uno dei migliori ministri dei beni culturali della repubblica»), agli ex ministri Walter Veltroni («uomo di cultura e giornalista importante»), Giovanna Melandri (un uomo «colto e raffinato che lascia un vuoto incolmabile») e Rocco Buttiglione («Intellettuale di prim'ordine che per primo avviò un tentativo di svecchiamento e deburocratizzazione del ministero»).
RONCHEY, MAESTRO. LUTTO. Il giornalista, già ministro dei Beni Culturali, si è spento a 83 anni. Aveva diretto il quotidiano La Stampa
Alberto Ronchey è morto a 83 anni. È stato un giornalista e saggista italiano noto per la sua precisione e inventiva. Ha lavorato per vari giornali e ha scritto molti saggi su politica, economia e sociologia. È stato ministro dei beni culturali e ha anche lavorato come professore di sociologia. È stato un critico della classe politica e ha scritto libri come "Il fattore K". Il suo ultimo libro è uscito nel 2004. È stato un giornalista capace di raccontare la storia italiana e mondiale con osservazione diretta e letture approfondite. È stato un uomo concurioso e con un bisogno di conoscere e capire.
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