La Giornata delle ferrovie dimenticate è l'insolito pretesto per una ricognizione sui luoghi del terremoto. A bordo del treno da Sulmona a L'Aquila. Con Italia Nostra che denuncia la mancanza di una ricostruzione seria e «non basata solo sulle ordinanze» INVIATO A SULMONA-L'AQUILA Viaggio (in treno) al centro del cratere sismico. La Giornata delle ferrovie dimenticate può tornare utile anche per ricordarsi di L'Aquila e dintorni, di quel che poteva essere e non è stato, in termini di ricostruzione e di legami sociali, di rispetto del territorio e della sua storia. Iniziativa che serve a promuovere la mobilità dolce, elogio dello sviluppo sostenibile e se necessario della lentezza, da opporre al delirio dell'alta velocità. Oltre all'impegno «abruzzese» di Italia Nostra, che nel dopo-terremoto ha riversato energie e vive preoccupazioni per come si stavano mettendo le cose. Ma hai voglia a chiedere «la fine della legislazione d'emergenza e il salvataggio dei beni storico-artistici, colpevolmente abbandonati, appalti trasparenti improntati non al massimo ribasso ma alla qualità, rispetto per un paesaggio bellissimo, la ricostruzione di un tessuto urbano che consideriamo patrimonio di primaria importanza nazionale e quindi un bene garantito dall'articolo 9 della Costituzione». Rimette in fila le richieste inoltrate al governo, la presidente dell'associazione Alessandra Mottola Molfino. Che non si dà pace sul perché non siano stati coinvolti i tecnici del ministero per i Beni culturali, gli architetti e gli urbanisti che anche noi abbiamo messo a disposizione, su una materia così pregiata. E promette: «Torneremo a farci sentire con il convegno sui metodi della ricostruzione che si terrà qui il 18 marzo. Non molleremo finché non vedremo i segni di una ricostruzione seria». Tutto quel che si vede ora scorre in piano sequenza dal finestrino di un microtreno sulla linea a scartamento ridotto che da 135 anni collega Sulmona a L'Aquila. Da qui un altro piccolo convoglio delle Ferrovie centrali umbre si arrampicherà verso Sella di Corno e poi giù per le Gole di Antrodoco, alla volta di Rieti e Terni. Ma il tratto competivo, che non fa rimpiangere la macchina, è questo su cui filano adesso i vagoni, l'altopiano innevato, il Gran Sasso a destra e il monte Ocre a sinistra. Qui dove, mai come ora, il vecchio ciuf ciuf potrebbe diventare una fantastica metro di superficie per il capoluogo. San Demetrio sta da una parte, Sant'Angelo dall'altra, con Onna subito dopo. Poi la piana di Bazzano con le sue piccole industrie sofferenti, S.Elia con le sue case tutte «stamponate»... I segni drammatici della distruzione filano via veloci, ma stampati sull'orizzonte, via via sempre più massicci man mano che ci si avvicina a L'Aquila, restano gli effetti speciali del piano C.a.s.e. e dei M.a.p (Moduli abitativi permanenti), le casette colorate volute da Bertolaso. Un pugno bene assestato nello stomaco del colle su cui sorge, ad esempio, il castello di S.Eusanio. Il sindaco di Castelvecchio Subequo, Carmine Amorosi, sognava per la sua zona un futuro di turismo naturalistico e religioso, vista la densità di eremi francescani in zona, ma non aveva fatto i conti con le presunte soluzioni del governo: «Perché la gente dovrebbe venire a stare in un M.a.p. quando abbiamo un centro storico così bello? Il territorio così viene rovinato, perde la sua identità. E i costi vanno sommati a quello che l'amministrazione deve spendere per un centro storico abbandonato». Gli fa eco Enio Mastrangioli, il suo collega di Raiano, paese poco più a valle ma fuori dal cratere sismico. «Il modello utilizzato per L'Aquila non è esportabile qui, noi abbiamo problemi diversi, ragionare a senso unico non serve». Entrambi trovano che la soluzione, se qualcuno avesse prestato ascolto, era già nei piani regolatori dei comuni, che potevano essere facilmente trasformati in piani di ricostruzione. «A più riprese abbiamo chiesto un decreto legge speciale sul centro storico di L'Aquila - dice Antonello Alici, segretario di Italia Nostra - che superasse la logica delle ordinanze, strumento secondo noi poco democratico, che espropria gli enti locali e le popolazioni». Risultato, zero. «Chiediamo che ci sia una pluralità di piani - insiste la presidente dell'associazione - rapidità e semplificazione burocratica. Intervenire così come si è fatto, a macchia di leopardo e con l'imposizione, non serve». Insomma, ascoltateci e cacciate i soldi, come non si stancano di ripetere gli aquilani dal giorno in cui si sono ripresi dallo spavento e dal dolore che gli è piovuto addosso esattamente undici mesi fa. Italia Nostra - non un collettivo di terremotati anarco-insurrezionalisti - chiede in sostanza le stesse cose per cui si battono fin dall'inizio i comitati cittadini. «Fin qui abbiamo visto le distruzioni, le mancate ricostruzioni, e intorno questo scenario bellissimo. Serve un modello di sviluppo intelligente che esalti il patrimonio paesaggistico e presti attenzione anche al lato socio-economico della realtà». Altro che escludere gli abitanti dal tavolo su cui viene deciso il loro futuro. Nel frattempo siamo arrivati a L'Aquila e anche lei sembra turbata dallo «stato di polizia» che si respira ogni qual volta ci si avvicina a un varco della Zona Rossa. Una volta dentro prende il sopravvento «l'angoscia che mette questo silenzio», il suono disordinato della neve che si scioglie nelle mille grondaie sfondate, i cani randagi, i bambolotti ancora incastrati nelle macerie. Macerie, tante macerie. Per Antonio Perrotti, l'architetto aquilano che oggi si presta al giro dolente delle piazze più compromesse della città, l'uso delle ruspe per rimuoverle sarebbe folle. Bisognerebbe invece «dare lavoro a 400 disoccupati che coordinati dai tecnici selezionino in loco i materiali di pregio da recuperare. Alla fine verrebbe fuori che le macerie da sgombrare non sono poi così tante». Intorno è tutta una sinfonia di puntelli, tanti puntelli, in legno e metallo, tosti ed essenziali là dove sono intervenuti i vigili del fuoco, arzigogolati e contorti quando il lavoro è fatto dai privati. «Con i tubi innocenti si paga un tot per ogni nodo» dice Perrotti indicando un palazzo, proprio di fronte alla chiesa martoriata di S.Pietro in Coppito, che ne è infestato all'inverosimile.