TORINO Quando le forze alleate arrivarono in Italia, al loro seguito portavano illustri storici dell'arte scesi nel Bel Paese non solo per ammirarne il patrimonio culturale, ma per studiarlo. Pronti a valutare gli eventuali danni arrecati dalla guerra. E' molto cambiato, il mondo da allora: Jacques Perot, presidente dell'Icom, l'organizzazione non governativa che si occupa della tutela dei musei internazionali, guarda a quanto «è accaduto in Afghanistan dove una miriade di oggetti preziosi è stata dispersa, o in Iraq dove sono scomparsi importanti archivi». Avverte: «Ecco perché sarebbe utile che le missioni dell'Onu o delle altre istituzioni internazionali fossero integrate con operatori culturali e i beni e i documenti venissero davvero protetti evitando che finiscano distrutti o rimossi». E' la stessa raccomandazione contenuta nella «Dichiarazione di Torino» la «carta» scritta ieri dai membri del comitato internazionale dello Scudo Blu, l'organizzazione che si propone di proteggere i beni culturali dagli effetti disastrosi di calamità naturali e conflitti. Da oggi il Blue Shield International che, oltre all'lcom, riunisce sigle con competenze su Archivi, Biblioteche, Monumenti e Siti, amplierà il ventaglio dei comitati nazionali -presto sarà aperto anche quello italiano - per rafforzare la sua presenza nel mondo e il suo coinvolgimento negli interventi di salvaguardia. Si potrà avvalere d'un fondo, aperto all'Aja, che per ora può contare su un lascito della Fondazione principe Klaus, ma che sarà via via aumentato da finanziamenti internazionali. «Certo - ammette Perot - il nostro potere nei confronti degli stati in guerra, è solo propositivo: di richiamo alla responsabilità. Ma per noi parlano i fatti: l'impegno profuso a Bagdad, ad esempio, per tutelare i musei e le collezioni». Intanto, da ora, il Blue Shield incomincerà a lavorare a una sorta di «lista rossa» che raggrupperà tutti i casi di violazione delle norme internazionali sulla tutela del patrimonio storico-artistico.