Riflessioni Roberto Peregalli: l' importanza della memoria «Il tempo è la carne. Siamo fatti di tempo. Siamo il tempo». Secondo Roberto Peregalli (una laurea in filosofia, allievo dell' architetto Renzo Mongiardino, uno studio di decorazione aperto alla fine degli Anni Ottanta) non è più il momento per essere fatti (come diceva il buon Prospero nella Tempesta) della stessa materia dei sogni. Piuttosto, in questi tempi di difficoltà, di dubbi e di incertezze, dovremmo invece «cercare di inseguire» la polvere: ripensando «oggetti, luoghi e persone da un altro punto di vista, quello del tempo che lascia tracce del suo passaggio per chi sa coglierle». Per ritrovarne «la vera sacralità» e «non il suo doppio artificiale in quei "lego" impazziti che sono le moderne costruzioni imposte da una tecnica scriteriata». Quella raccontata da Peregalli nel suo nuovo libro (I luoghi e la polvere. Sulla bellezza dell' imperfezione, Bompiani, pp. 160, 16) è un' epoca ammalata di modernità. Vero? Falso? Difficile dirlo. Certe affermazioni appaiono forse eccessive, volutamente antimoderne (quasi per snobberia), acerrime nemiche di «un futuro insensato che ci sta trascinando». Altre volte si tratta di notazioni più che apprezzabili (come a proposito dei colori spesso incongrui delle facciate). Tutto finisce però sempre nella polvere («Chiedi alla polvere» scriveva John Fante): una chiesa a Dresda, una boiserie marocchina, un portico a Palermo, il giardino imperiale di Katsura, un grattacielo a Chicago (più ancora che la lezione di Gropius o di Loos) sembrano valere solo per la nostalgia che suscitano. Questo «trionfo» delle rovine arriva a coinvolgere persino gli ultimi simulacri della nostra modernità: i grandi musei delle archistar. Anche loro inaspettatamente imperfetti, almeno secondo Peregalli: «Modelli che non servono ad altro che ad allontanare il turista dall' opera d' arte, giocattoli creati soltanto per invogliarlo ad entrare, quasi che le opere non bastassero da sole più ad avvicinarlo». Il passato appare in questo libro idealizzato, persino nella sua semplicità interpretata come rigore stilistico. Un passato fatto anche di citazioni (come già accadeva nel precedente La corazza ricamata). Da Heidegger a Nietzsche, da Piero della Francesca a Rem Koolhaas, da Thomas Adorno a Kazuo Ishiguro, da Gruppo di famiglia in un interno fino a Barry Lindon, da Mamma Roma a La Finestra sul cortile di Hitchcock. L' immagine che chiude il libro è comunque quella che meglio chiarisce le intenzioni di Peregalli: la piccola casa abbandonata in Emilia, una casa lasciata al silenzio, che non conta quasi nulla, «sul punto di scomparire, in abbandono». È proprio lì, «in disparte tra le pieghe del mondo», che si può ritrovare «l' inizio del cammino». Dove, c' è da sperare, persino Le Corbusier e Gaudí (la sua Sagrada Familia viene qui definita una «San Galgano impazzita») possano giustamente trovare il proprio ruolo: quello di alfieri di una modernità che non guasta mai. Neppure secondo Peregalli.
La polvere salva l' architettura
Roberto Peregalli, architetto e filosofo, nel suo libro "I luoghi e la polvere. Sulla bellezza dell' imperfezione" (Bompiani, 160 pp.) riflette sull'importanza della memoria e sulla bellezza dell'imperfezione. Secondo Peregalli, il tempo è la carne e noi siamo fatti di tempo. In questo contesto, dovremmo cercare di inseguire la polvere, ovvero ripensare gli oggetti, luoghi e persone da un altro punto di vista, quello del tempo che lascia tracce del suo passaggio. Peregalli critica la modernità e le sue costruzioni imposte da una tecnica scriteriata, che considera "lego" impazziti.
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