Un'area di mercato vivace e dinamica nelle sue costanti trasformazioni, ma in Italia ancora relegata all'interno di confini molto più angusti di quelli che si registrano nei principali Paesi dell'Europa occidentale. È questa la fotografia dell'industria italiana della consulenza, confermata da un'indagine appena messa a punto da Kpmg Business Advisory Services. Quella italiana è la sesta industria della consulenza in Europa e rappresenta il 4,5 del fatturato continentale, ma i mercati che occupano le prime posizioni si mostrano come veri e propri colossi rispetto alla realtà del nostro Paese. Germania e Regno Unito producono ciascuna il 27,2 del fatturato continentale e mostrano un mercato della consulenza pari a circa sei volte quello italiano, la Francia si attesta al terzo posto con il 16,4 e anche un paese di dimensioni più modeste come l'Olanda porta in dote una quota (5,1) superiore a quella prodotta in Italia. I limiti della realtà italiana rispetto alle dimensioni economiche del Paese sono ancora più evidenti se si guarda all'incidenza percentuale sul Pil nazionale del fatturato prodotto dalla consulenza. Nella graduatoria costruita con questi parametri l'Italia si colloca, con un modesto 0,17, al terzultimo posto in Europa, seguita solo da Grecia e Polonia, mentre i mercati più sviluppati possono vantare apporti ben più consistenti al prodotto interno lordo nazionale (dallo 0,9 nel Regno Unito allo 0,4 in Germania). Un elemento che può concorrere in misura importante a spiegare il divario che si registra fra il mercato italiano e quello di molti altri Paesi occidentali è il ridotto apporto della pubblica amministrazione, che nel nostro Paese risulta un'utilizzatrice relativamente "avara" dei servizi di consulenza. «Negli Stati Uniti sottolinea Francesco Masera, amministratore delegato di Kpmg in Italia la nostra società svolge con la pubblica amministrazione circa il 50 della propria attività, mentre in Italia questa quota oscilla fra il 10 e il 15 per cento». A frenare l'entusiasmo della Pa nei confronti della consulenza è in primo luogo la situazione dei conti pubblici, che in questa fase impone alla ripresa nuovi tagli che interessano tutte le voci comprimibili la consulenza è infatti citata anche nella manovra correttiva varata poche settimane fa con il DI 168 ma Masera intravede anche ragioni culturali. «Fino ad alcuni anni fa spiega la consulenza in Italia era svolta da singoli professionisti più che da grandi società e nei rapporti con la Pubblica amministrazione era spesso impiegata per sviluppare delle relazioni più che per sviluppare realmente l'efficienza dei processi. Per questa ragione la parola consulenza continua ad avere un "retrogusto" non chiarissimo in termini di professionalità e necessita di un processo di normalizzazione che richiederà qualche anno». Un processo difficile ma necessario, se è vero che l'industria rappresenta per la consulenza un settore ormai maturo e nel panorama del terziario, dove si concentrano i margini di crescita più ampi, la Pa occupa una posizione preminente. La seconda "nuova frontiera" per l'industria della consulenza italiana è invece rappresentata dalle Pmi, II tessuto di imprese di piccole dimensioni che caratterizza il nostro Paese, infatti, rappresenta un terreno di sviluppo non facile per i servizi all'impresa, che richiedono cultura manageriale e disponibilità di capitali da investire in progetti di questo tipo. Molti analisti vedono proprio in questo retroterra uno degli ostacoli a uno sviluppo più deciso del mercato, ma l'emergere di nuove forme di concorrenza (dai Paesi emergenti in primo luogo) e il conseguente bisogno di innovazione offrono prospettive interessanti. «In effetti conferma Paolo Bertoli, presidente dell'Andaf (Associazione nazionale dei direttori amministrativi e finanziari) il peccato originale nasce dalla struttura tipica delle imprese italiane, che sono in genere di dimensioni contenute, ma questa empasse è destinata progressivamente a ridursi. Le imprese, infatti, da un lato si stanno riassestando e si assiste sempre più frequentemente a processi di fusione, e dall'altro devono affrontare la necessità di rivedere le proprie strategie in tempi brevi». L'evoluzione della domanda trova, dunque, una risposta pronta da parte degli attori principali del mondo della consulenza, che secondo Bertoli «stanno adattando la propria offerta alle necessità e ai vincoli di budget delle Pmi, e in molti casi stanno creando vere e proprie unità organizzative specializzate per lo small business».