ARTE. Un polittico ripulito si rivela opera del grande artista medievale Un capolavoro dell'arte tardomedioevale veronese è stato restituito all'antico splendore grazie al lavoro del laboratorio di restauro che la Soprintendenza per i Beni storici artistici ed etnoantropologici di Verona, Rovigo e Vicenza ha in via Corte Dogana. E il risultato verrà presentato domani alle 15.30 nell'ambito degli «Incontri di laboratorio - Esperienze e innovazioni tecniche di Restauro», che il soprintendente Fabrizio Magani ha voluto avviare fin dal suo arrivo in riva all'Adige. UN CAPOLAVORO. Si tratta del Polittico di Boi, custodito al Museo di Castelvecchio e del quale Paola Marini, dirigente Musei d'arte e monumenti del Comune, aveva commissionato il restauro. E proprio la Marini ne parlerà, assieme a Francesca Rossi, conservatore di Castelvecchio, e ai restauratori Chiara Scardellato e Guglielmo Stangherlin, che sono materialmente intervenuti sull'opera con una meticolosa opera di pulitura e restauro, sia nella parte pittorica, sia nella parte lignea. CENTRALITÀ DELLA MADONNA. L'incontro di domani cade nel giorno della festa della donna, pertanto la Soprintendenza intende offrire, in questa occasione speciale, la conferenza al pubblico femminile, seguendo anche le indicazioni date del ministero per i Beni culturali. E, Stanghellini a parte, saranno tutte donne a presentare l'opera che vede al suo centro la figura femminile per eccellenza della nostra tradizione culturale e spirituale, la Madonna. E infatti nel riquadro centrale dei cinque pannelli del polittico, tavole lignee incastonate in una cornice molto elaborata, è rappresentata la Madonna con Bambino, mentre negli altri ci sono i santi Giacomo e Antonio Abate, a sinistra, e Giovanni e Cristoforo, a destra. Alto 133 centimetri e largo 161 e realizzato probabilmente tra il 1370 e il 1399, proviene dalla cappella Zanardi a Boi, un piccolo ventro abitato vicino a Caprino Veronese. I personaggi, anche se di ambito religioso, vi sono raffigurati in pose da rituale di corte. ATTRIBUZIONE DISCUSSA. «Il restauro potrebbe rimettere in campo l'attribuzione ad Altichiero da Zevio», anticipa Magani, «perché il quadro è di una bellezza tale, e il restauro l'ha esaltata, che solamente la mano di un grande artista può averlo realizzato. L'intervento potrebbe essere il punto di partenza di nuovi studi orientati a una attribuzione più certa» L'attribuzione al grande pittore medievale veronese Altichiero non è infatti univoca. Federico Zeri, ad esempio, lo assegnava al cosiddetto Maestro di Boi, mentre Francesca Flores D'Arcais lo riconduce a Jacopo da Verona. L'attribuzione al pittore di Zevio, invece, è sostenuta, tra gli altri, da Roberto Longhi. ALTICHIERO DA ZEVIO. Figlio di un Domenico da Zevio, nelle Vite del Vasari Altichiero è chiamato Aldigeri da Zevio. Fu discepolo del Turone e subì le influenze di Giotto e di Tommaso da Modena. Sulla sua vita le notizie sono molto scarse, esse documentano che fu attivo tra il 1369 e il 1384 nella parte centro-occidentale del Veneto. Si sa che è citato per il pagamento di una «anchona» (cioè un'ancona, una tavola dipinta da altare) nel 1384 e che era già morto nel 1393. Le fonti però lo ricordano come un artista molto apprezzato ai suoi tempi. Suo erede diretto fu considerato Pisanello. IL LAVORO DI RESTAURO. Nel restauro i problemi maggiori sono stati incontrati sulla parte lignea delle tavole, assottigliata sino a un centimetro nella quattro laterali, a differenza di quella centrale, l'unica il cui spessore è quello originale. Il legno era però molto intaccato sia dagli agenti atmosferici, sia dai tarli, tanto che in alcuni angoli della tavola di San Giovanni, ad esempio, la pittura risultava perduta.