Centri storici a pezzi, ma i soldi ci sarebbero Riflettori accesi sul centro di Agrigento solo dopo la tragedia di Favara. Ma da anni attende una ristrutturazione che non è mai arrivata. Le parrocchie, invece, non hanno problemi a reperire denaro per le riqualificazioni All'inizio degli anni 90, Franco Barberi, in una delle tantissime occasioni in cui venne in Sicilia lanci l'allarme: «Mi sento più sicuro in un qualunque paese dell'Etna che nel centro storico di Agrigento». In vent'anni, sulla collina di Atena, dove dal tempo della dominazione araba ha preso a svilupparsi il centro storico della Città dei Templi, i crolli si sono moltiplicati e gli amministratori hanno cercato di «fermarli» con un unico provvedimento: puntellano i muri pericolanti con assi di legno e intanto minacciano i proprietari di prendere severi provvedimenti, se non metteranno in sicurezza l'immobile degradato. Naturalmente alla minacce non segue nulla. La tragedia recente avvenuta nel vicino centro storico di Favara, dove due bambini hanno perso la vita per il crollo della loro casa, sembra avere svegliato dal lungo letargo le cosiddette autorità competenti. Il sindaco Marco Zambuto d'un tratto ha provveduto con proprie ordinanze a disporre la chiusura al transito veicolare e pedonale di alcune zone del nucleo antico della città. Nelle ore successive i vicoli abitati soprattutto da extracomunitari sono stati passati al setaccio anche da agenti della questura e della polizia urbana. L'operazione ha riguardato non solo le cose ma anche le persone, così, già che c'erano. Oltre che alle case che presentano evidenti segnali di cedimento e le cui condizioni sono ai limiti dell'abitabilità i controlli sono serviti a verificare anche altro: hanno chiesto ai residenti i documenti e, e stranieri, si è accertato che avessero regolare permesso di soggiorno. In fatiscenti ed umidi appartamentini hanno trovato insieme anche più di dieci persone, alcuni dei quali stranieri irregolari che sono stati denunciati, In questa parte dell'isola la gente ha la memoria lunga e sa che passate l'emozione e le polemiche, fra non molto, alla politica degli annunci seguirà l'oblio. Basti pensare a tutte le promesse intorno al piano particolareggiato del centro storico di Agrigento. E' stato approvato ed adottato (il 27 novembre 2007 sulla Gazzetta ufficiale della regione Sicilia) dopo inenarrabili ritardi, con decreto dell'assessorato regionale al Territorio, a 32 anni dall'incarico affidato ai progettisti. Ed in ogni caso non esiste ancora un serio tentativo di riqualificare la residenzialità dotandola di attrezzature e servizi capaci di soddisfare il fabbisogno dei residenti, realizzare la tutela e recupero dei beni culturali, avviare una progettualità regolamentata e programmata delle zone in cui è possibile aprire nuove attività commerciali, artigianali, turistiche e ricettive. D'altra parte per simili operazioni occorrono cospicui finanziamenti. Agrigento la sua occasione d'oro l'ebbe nel 1976 con la legge speciale numero 70 della Regione recante norme speciali per il quartiere siracusano di Ortigia e il centro storico di Agrigento. Tale legge così recitava: «esiste la necessità di recuperare i centri storici di Ortigia e di Agrigento, considerati di particolare valore e abbisognevoli di urgenti interventi tesi a risanare il tessuto urbano. Sono beni culturali, sociali ed economici da salvaguardare, conservare e recuperare mediante interventi di risanamento conservativo per consentire la permanenza degli attuali abitanti». Imponeva pertanto all'art. 2: «oltre alla riqualificazione e la valorizzazione del patrimonio storico monumentale ed ambientale, il recupero edilizio a fini sociali e la permanenza degli attuali abitanti". Ma solamente la città di Siracusa ha saputo cogliere appieno la potenzialità ditale legge rendendo operativo dopo pochi anni il Piano particolareggiato del centro storico di Ortigia ed utilizzando, quindi, i finanziamenti pubblici (ben 25 miliardi del 1976) e le opportunità di mutui agevolati anche per gli operatori privati. Agrigento non seppe dotarsi del piano particolareggiato e perse così i finanziamenti. Inutili sono stati i tentativi del sindaco attuale, Marco Zambuto, di ottenere il rifinanziamento della legge. Ma dopo la tragedia di Favara anche sul fronte economico in pochi giorni le redazioni sono state subissate da comunicati stampa dei vari politici agrigentini, regionali e nazionali, che annunciavano «interventi concreti attraverso decretazioni d'urgenza per reperire fondi per il recupero di zone altamente pericolanti e che potrebbero provocare altre tragedie» e assicuravano che «per evitare le inevitabili lungaggini burocratiche si potrebbe affidare il coordinamento dei lavori e delle risorse economiche alla Prefettura e alla Protezione civile». Inutile dire che sino ad oggi dalle parole non si è ancora passati ai fatti. Così è stato che nei giorni caldi delle polemiche e delle emozioni ci si è ricordati anche di un progetto di pochi anni fa, ma già finito in qualche cassetto. «Nel mese di luglio del 2007 - ha ricordato il presidente degli architetti Rino La Mendola - abbiamo consegnato al Comune ben 592 schede, su supporto informatico, che riguardano il censimento delle condizioni di stabilità di altrettanti edifici, su una superficie pari a circa il 50 per cento dell'intero centro storico. Tali schede - continua - sono state compilate da 8 squadre di volontari, composte da 5 architetti, appositamente formati attraverso un corso eseguito dal dipartimento regionale di Protezione civile». I risultati sono allarmanti: più del 10 per cento degli edifici censiti sono a rischio di crollo parziale o totale e, comunque, potenzialmente inagibili. Questi accertamenti, già tre anni fa, sarebbero potuti servire per iniziare a recuperare qualche parte del centro storico. Ma in realtà gli unici lavori progettati finanziati e conclusi nel centro storico della Città dei Templi hanno riguardato la messa in sicurezza, il restauro, la ristrutturazione di chiese e di antichi conventi. Di recente sono arrivati due milioni direttamente dalla presidenza del consiglio per la chiesa barocca della Madonna Odigitria e il convento dei Padri redentoristi. Fondi ex Cipe sono passati nelle casse della Protezione civile nazionale e Bertolaso li ha indirizzati in tre direzioni: le chiese intitolate a Sant'Alfonso e a San Francesco d'Assisi e il Circolo empedocleo (750 mila euro per un circolo ricreativo privato). Nel 2005 arriva una pioggia di finanziamenti: 150 mila euro ciascuno per ristrutturazione alle chiese di Santa Croce e San Nicola; 250 mila euro per la chiesa Madonna della Provvidenza per lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria del campanile e degli spazi esterni e 350 mila euro per lavori di consolidamento della Parrocchia del Cuore Immacolato di Maria del Villaggio Mosè. Nel 2006 ben 250 mila euro sono stati spesi per il consolidamento e il restauro della chiesa della Madonna alla Badiola. Per la messa in sicurezza della Cattedrale di San Geriando e di gran parte del colle su cui sorge si è personalmente impegnato l'ex assessore regionale alla protezione civile, Michele Cimino, agrigentino, che ha ottenuto una specifica ordinanza del presidente del consiglio dei ministri, con il relativo finanziamento. Analogo sforzo non è stato mal fatto per mettere in sicurezza le abitazioni che si trovano sullo stesso versante. Nè è stato speso un solo centesimo per rifinanziare negli ultimi anni il progetto Kerkent, approvato dal consiglio comunale nel marzo del 1999 per agevolare quanti fossero interessati al recupero del patrimonio edilizio privato da destinare ad alberghi, pensioni e ad attività artigiane eo commerciali nel centro storico. Il Comune intendeva concedere contributi a chi avrebbe fatto richiesta, pagando, al posto del beneficiano, l'ammontare degli interessi. Un piccolo aiuto finanziario che però non ha avuto più di un anno di vita, perché i soldi non sono stati mai più messi in bilancio. I geologi agrigentini hanno messo in risalto che «mai si è concessa adeguata considerazione alla consistenza geologica di tanti ambienti del centro storico agrigentino, a volte in dissesto naturale». Denunciano l'assenza di piani che prevedano uno studio analitico e completo del sottosuolo, che tengano in debito conto le specificità di ogni singolo contesto urbano. «La pianificazione delle tattiche di riqualificazione del centro storico non può prescindere da questo approccio preliminare», sostiene Giovanni Noto, consigliere dell'ordine regionale dei geologi di Sicilia. La collina su cui sorge il centro storico di Agrigento nel luglio del 1966 fu investita da un evento franoso che lasciò senza casa cinquemila persone. Da tempo continuano a ripetersi cedimenti del costone su cui sorge la via Duomo. In questa parte della città il dedalo di vicoli e stradine renderebbe difficile a moltissime famiglie mettersi in salvo. Da decenni sindaci, sovrintendenti al beni culturali e vescovi litigano, oppongono reciproci veti e minacciano interventi presso la magistratura quando discutono del problema e così bloccano ogni mossa. Perciò lo scorso anno è arrivato Bertolaso: «La via di fuga nel centro storico di Agrigento serve. E' prioritania. Già quattro anni fa era contemplata in una nostra specifica ordinanza», ha detto il responsabile della Protezione civile. Improvvisamente la soluzione è stata individuata proprio durante una delle riunioni in Prefettura dopo i funerali delle due bambine morte a Favara
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