Osvaldo Peruzzi ha lasciato 1.500 dipinti: scoperti anche tre inediti Le straordinarie opere del pittore livornese scomparso nel 2004 illustrano 70 anni di storia Un mondo a colori, scoppiettante, energetico, ma anche delicato e poetico. È quello che ancora oggi si manifesta nelle opere del pittore livornese Osvaldo Peruzzi, "l'ultimo dei futuristi" come ha voluto lui stesso essere definito. Una fede futurista portata avanti con tanta ostinazione fino alla morte, a 97 anni nel 2004. Ma che non è stata ricambiata con la dovuta attenzione in occasione delle manifestazioni che nei mesi scorsi hanno celebrato il centenario del Manifesto del Futurismo di Filippo Tommaso Marinetti. Ci sono state grandi mostre a Milano e a Roma per ricordare sotto angolazioni diverse i protagonisti del movimento e la loro carica innovativa. Ma in pochi si sono ricordati di Peruzzi, che ha fatto parte della seconda generazione del Futurismo e che era tenuto in gran conto da Marinetti. Se ne dispiace la figlia Stella che conserva gelosamente i quadri del padre nella casa livornese dove lui ha abitato fino all'ultimo, proprio davanti all'Accademia Navale. «Non cerco nulla per me - dice Stella - ma non vorrei che la sua opera fosse dimenticata. Tutti i suoi quadri li considero un tesoro e una grande testimonianza di un'epoca». Proprio recentemente sono stati ritrovati alcuni inediti: dal grande archivio fotografico che la famiglia conserva sono spuntate tre opere che non si conoscevano e i cui originali a olio sono andati distrutti durante i bombardamenti che colpirono lo studio del pittore in via Marradi. Ed è una vecchia Livorno che ritorna a galla, anni Trenta, la Livorno industriale e l'Ardenza. Peruzzi con la sua Laika fotografava con grande scrupolo le sue opere. Ne ha dipinte 1500. Una del 1992 faceva parte del patrimonio dell'Alitalia ed è stata messa all'asta quando la compagnia di bandiera è stata privatizzata: quel quadro aveva offerto l'immagine per dei piatti e per una litografia. Peruzzi aveva tanto di laurea in ingegneria al Politecnico di Milano e a Livorno entrò presto nella direzione della vetreria di famiglia. Livorno, il cantiere navale, la stessa vetreria diventavano modelli per i quadri, i giovani che ballano all'Ardenza, l'attrice Vivi Gioi, Greta Garbo, i suonatori di jazz. Poi la guerra e la prigionia in America negli anni Quaranta da dove sgorgavano tele drammatiche ma anche elettrizzanti visioni notturne di Manhattan. «Aveva una grande gioia di vivere, un'allegria dentro. È rimasto lucidissimo fino alla fine. E dipingeva, ogni giorno. Anche quando non ci vedeva quasi più». La figlia Stella ha fatto incorniciare anche gli ultimi tratti disegnati dal padre, con la mano incerta come quella di un bambino. E anche quelli erano a colori, pieni di brio. «Aveva 90 anni - ricorda Stella - quando arrivò con un libretto che aveva fatto pubblicare in gran segreto senza dirci niente: lo aveva intitolato "La mia avventura futurista"». E lì Peruzzi raccontava l'incontro con Marinetti, l'amicizia con Fillia, Prampolini, i futuristi di Firenze. Tutti li aveva incontrati. A guardare le sue opere, piene di azzurri, di rosa, di verdi squillanti si pensa che l'etichetta di futurista - anche se illustre - gli stia stretta. C'è più metafisica che meccanica nei suoi quadri. «E una nuvoletta - ricorda Stella - non se la dimenticava mai, ce la metteva sempre». Fantastico il suo "Donna paesaggio" del 1933 in cui il mare, le pinete, il tetto rosso di un fortino si intrecciano con il vestito a quadretti di una figura femminile. E poi la spettacolare "Battaglia aeronavale" del 1939 in cui tradusse in pittura l'Aeropoema del Golfo della Spezia di Marinetti. E il bellissimo autoritratto del '34, tavolozza in mano e il volto di una donna ai piedi. Non gli deve essere importato molto se nel famoso Manifesto Marinetti predicava oltre al militarismo e al patriottismo "il disprezzo della donna". Lui era innamorato da sempre della sua Irmina, la moglie che gli ha vissuto accanto per 64 anni. Parlava di lei nell'ultima intervista concessa al Tirreno in occasione della mostra del 1998 a Livorno. Raccontava del suo ritorno a Livorno da Milano negli anni Trenta. «Qui è ancora più dura. essere futuristi significa essere soli contro tutti, essere seguito con grande sospetto specie nei circoli artistici. I vecchi pittori mi guardano con sufficienza: queste novità che arrivano da Milano sono un affronto per i depositari della cultura macchiaiola. Che bello però andare in giro con mia moglie, livornesissima, vestiti identici, scarpe, pantaloni e maglioni alla moda, stesso colore e stessa foggia. Tutti a guardarci: gente strana questi futuristi».
LIVORNO. Il tesoro dell'ultimo dei futuristi
Osvaldo Peruzzi, un pittore livornese considerato "l'ultimo dei futuristi", ha lasciato 1.500 dipinti. Tra questi sono stati ritrovati tre inediti. Le sue opere, che rappresentano 70 anni di storia, sono caratterizzate da un mondo a colori, energetico e poetico. Peruzzi ha fatto parte della seconda generazione del Futurismo e era tenuto in gran conto da Filippo Tommaso Marinetti. La figlia di Peruzzi, Stella, conserva gelosamente i suoi quadri e vuole che la sua opera non sia dimenticata. Le opere di Peruzzi sono state esposte in diverse mostre, ma la sua figura è stata poco ricordata nel centenario del Manifesto del Futurismo.
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