Lui, l' altamurano Pietro Locapo, trascorse la quasi totalità della sua esistenza a setacciare le campagne e le masserie dell' Alta Murgia sottraendo a una fine certa quei segni e quegli oggetti della civiltà contadina altrimenti destinati a scomparire inghiottiti nell' oblio. Una sorta di deformazione professionale visto che quell' istinto di collezionare le tracce di una storia non scritta nasceva dal suo stesso lavoro di custode nel museo archeologico cittadino, tanto che, nel 1980, Locapo diede pure vita nella sua Altamura a un primo embrionale tentativo di museo della civiltà rurale, stipando al pianterreno di un palazzo oltre un migliaio di oggetti. «Lo studio di Pietro Locapo, "il lupo della Murgia", è di quelli che sarebbero piaciuti a Ernesto De Martino» dirà l' antropologo Giovanni Kezich. E quegli stessi reperti fra ' 800 e ' 900, donati poi da Locapo al Comune, raggiungono solo adesso una autentica collocazione museale. Dentro e fuori il chiostro del settecentesco complesso conventuale di Santa Teresa, nella piazza omonima, che da domani riaprirà le sue porte ai visitatori come museo etnografico dell' Alta Murgia (info 080.314.10.19). A curare il progetto di restauro della struttura e musealizzazione, attraverso un finanziamento complessivo di un milione e 450mila euro investiti dalla Regione e dal Comune di Altamura, è l' architetto Stefano Serpenti, già artefice del recupero del castello e dell' anfiteatro di Lucera, nonché dei sotterranei del castello di Barletta. Dietro le quinte poi la direzione scientifica per l' allestimento espositivo di Ferdinando Mirizzi, docente di Demoetnoantropologia all' Ateneo della Basilicata, e la collaborazione dell' Università Ca' Foscari di Venezia, l' impegno più importante è stato il ripristino della stessa struttura museale. «Bisogna immaginare che - spiega Serpenti - il convento era abbandonato al degrado da una decina d' anni e che, negli anni, il complesso architettonico aveva vissuto alterne fortune, utilizzato pure come carcere mandamentale nel ' 900». Attraverso un percorso forte di venticinque unità espositive, trovano così collocazione adesso oltre un migliaio di reperti fra arredi, attrezzi da lavoro, abiti, oggetti riconducibili alla fede e agli usi e alle credenze popolari, a metà strada tra il sacro e il profano, accompagnati da una sezione fotografica e cartografica che mette in evidenza i segni forti del territorio, a cominciare dalle masserie che contrappuntano il brullo paesaggio della Murgia. «Gli ambienti distribuiti lungo i lati del chiostro - racconta Serpenti - sono stati destinati all' esposizione museale permanente, ad aule di consultazione e video lettura e laboratorio didattico per tutte quelle attività di conoscenza degli usi, costumie tradizioni del territorio. Le aule di lettura sono state invece collocate nelle piccole celle esistenti, a memoria dell' uso carcerario dell' ex convento, ognuna con accesso diretto dal chiostro e attrezzata di supporti informatici e multimediali». Trent' anni fa ormai, Locapo consegnava a futura memoria poche parole per racchiudere il senso della sua impresa solitaria di collezionista: «Il mio lavoro diventa anche la registrazione della voce del passato, della vita quotidiana, tendente a schivare qualsiasi forma di museo, inteso come cosa morta, ma che inevitabilmente, per alcuni, può ridursi a tale concetto quando descrive cose, gesti, avvenimenti oggi spariti per sempre dal mondo dei vivi». Quello stesso passato riconsegnato oggi, attraverso il museo etnografico, a una vita nuova.