AVEVA avuto centinaia di richieste di inserimento, ma si è fermato a novanta artisti, il nuovo NN, acronimo per "Napoli Novecento", il museo in progress a cura di Nicola Spinosa e Angela Tecce sorto nel Carcere alto di Castel Sant' Elmo e da oggi aperto a tutti. Centosettanta opere tra dipinti, sculture, grafica, disegni, concessi in comodato d' uso al museo del Novecento da enti e musei, collezionisti e gallerie, prestati o donati dagli stessi artisti. Una lunga attesa, racconta nel catalogo stampato da Electa Napoli Spinosa, che ha presentato il museo ieri con l' assessore regionale al Turismo Riccardo Marone, la soprintendente Lorenza Mochi Onori, Angela Tecce, direttrice di Castel Sant' Elmo, e il nuovo direttore generale dei Beni culturali Mario Lolli Ghetti, che viene dalla direzione regionale della Toscana e del Lazio. Il criterio espositivo è cronologico e storico. I nomi vanno da Mancini ai Tatafiore, da Viti e Galante a Spinosa a Paladino, Barisani, De Fusco, Mainolfi, Clemente, solo per citarne alcuni. «Partiamo dal 1910- dice Angela Tecce - abbiamo incluso soprattutto artisti che hanno avuto esperienze a livello nazionale. E ci sono anche non napoletani, legati comunque alla città». «Si realizza un sogno oggi per me - ha esordito l' ex soprintendente Spinosa - come per tanti amici artisti che non ci sono più. Ci saranno comunque polemiche, che a volte sortiscono anche cose costruttive. Ma nulla vieta che i nomi che ora non ci sono, entrino in un secondo tempo: la storia dell' arte è soggetta al gusto e allo studio». Tra i giornalisti, alla conferenza stampa, c' è il critico Lea Vergine, napoletana da anni a Milano e testimone, con la sua "Inchiesta sulla cultura a Napoli" pubblicata nel ' 65 sulla rivista "Marcatre" del dibattito sull' opportunità di creare un museo dell' arte del Novecento a Napoli. «Finalmente c' è - osserva Lea Vergine, elegantissima e tutta in verde con un turbante di seta - A Napoli ciò che dovrebbe essere normale diventa sempre un atto eroico. Questo museo ha sede in un posto unico al mondo. L' emozione mi ha preso nelle prime sale, dove lo spettatore scopre un autoritratto di Crisconio realizzato alla maniera di Manet, o le opere di Girosi. Molti artisti di questa prima generazione si sono persi. Succede dappertutto, ma a Napoli un po' di più, perché è mancata loro una cosa importante: l' attenzione. Non c' era neppure il mercato. Tanti hanno dovuto cambiare mestiere, come Bugli che lasciò tutto nel 1981 per mettere in piedi un' azienda di restauro. Altri sono stati neutralizzati dalla maldicenza, che serve a dare la morte bianca. Questa mi è sempre sembrata una città fatata ma crudele».