La ricca mostra di «Sculture lignee in Basilicata dalla fine del XII alla prima metà del XVI secolo », inaugurata a Matera presso Palazzo Lanfranchi e curata dalla Soprintendenza materana, ripropone l'urgenza di una accurata ricerca e di una più attenta riflessione sul periodo che va dalle origini medievali al Rinascimento nelle regioni del Mezzogiorno e in specifico nel mondo lucano. Tutto iniziò da Tommaso Pedio che nel 1963 sulla scorta di uno studio effettuato nel ventennio da Sergio De Filato pubblica una Storia della storiografia lucana riproposta qualche anno fa dalle edizioni Osanna di Venosa. Pedio rimproverava alla cultura nazionale l'aver sempre relegato la cultura lucana al ruolo di ancella delle regioni circostanti e collazionava gli indici alfabetici degli uomini illustri riportati in appendice delle storie patrie approdando a una prima mappa di presenze, alle relazioni intercorse tra intellettuali e artisti lucani e campani e a gruppi orbitanti intorno a curie e regge baronali. A monte c'erano le agiografie medievali di san Luca e san Vitale, quelle di Roberto da Romana e di Ugone da Venosa e c'erano i poemi di Riccardo da Venosa e di Eustacchio da Matera. Con difficoltà Pedio si muoveva nel patrimonio artistico e rinviava agli esperti lo scandaglio di questo settore. Tuttavia dimostrava che la piccola regione chiusa tra gli Alburni, il Erodano e il Pollino aveva avuto una sua vitalità intellettuale e persino una sua peculiarità creativa e che avrebbe riservato delle sorprese. Fu semplice per noi effettuare allora alcune prospezioni nella letteratura del Quattro, Cinque e Seicento, anche sulla scorta delle indagini effettuate da Francesco Tateo sull'Umanesimo meridionale e sull'Accademia Pontaniana di Napoli, e altrettanto facile per Giuseppe Monaco prima e per Giovanni Caserta poi imbastire a fine anni 80 le linee dì una Storia della Letteratura lucana. Come fu facile per Anna Grelle Iusco assemblare nel 1981 una monografia sull'Arte in Basilicata tra Medioevo e Barocco per l'editrice romana De Luca, partendo da prospezioni, effettuate in tempi dal Bertaux e da Biagio Cappelli, Stella Calò Mariani, Pina Belli, Francesco D'Andria. La Grelle ricostruiva un primo ampio panorama su un patrimonio fino a quel momento misconosciuto. Le schede di quel catalogo accompagnavano una omonima mostra sul patrimonio pittorico e scultoreo lucano organizzata da Michele D'Elia e Maria Giannatiempo. Ci parve che aprissero un discorso innovativo e così fu, perché a distanza di pochi anni, grazie a uomini come Savana e Abita, si portarono alla luce le maestranze fiorite tra Gotico e Rinascimento in Basilicata su influsso di artisti toscani e campani, con la catalogazione delle Madonne lignee disseminate in tutte le colline e le valli fluviali della Basilicata e l'irrobustimento del laboratorio di restauro di Matera. Infondo è dalla, peculiarità che quel capoluogo di provincia ha assunto negli ultimi decenni che la Scaletta ha tratto motivo e spinta per realizzare le annuali rassegne di scultura in svolgimento nei Sassi e curate da Peppino Appella e di lì è fiorito il gruppo di promozione culturale della Zetema. Si trattava di una produzione giunta da lontano e afferma-tasi in loco grazie ad artisti che eleggono i paesi della Basilicata a luogo del proprio domicilio, ma anche di artisti nati nella regione, a partire dagli anonimi produttori di crocifissi e madonne lignee del Due e Trecento a finire a maestri come Barolo da Muro Lucano, Mele da Stigliano, Ruggiero delle Campane originario di Melfi e attivo come gli altri tra età normanna e sveva. Ma le commistioni con l'arte delle regioni circostanti continuano in età più prossime alla nostra: così Giovanni Meriliano che ha lasciato sculture in tutta l'area potentina e persino una fiorente bottega, è originario di Noia, mentre da Eboli viene Giovanni Luce, per non parlare di presenze nordiche come quelle di Simone da Firenze e di Cima da Conegliano, attestati tra Miglionico, Salandra e Senise. Spesso si tratta di acquisti realizzati dalla chiesa o da ricchi aristocratici lucani sul mercato toscano e Veneto o addirittura fiammingo, come è il caso di Cristiano Danona. E bisognerà aspettare la chiusa del Quattrocento, con la famiglia dei Persia per avere la certezza di una produzione prettamente lucana. Altobello scende infatti da Montescaglioso e impianta bottega a Matera, si lascia affascinare da un maestro come Stefano da Putignano, diffonde sculture sacre e laiche tra Ferrandina, Atella, Rivetto e se da vita a una delle più interessanti famiglie di intellettuali del tempo, si procura lavoro e notorietà insieme al fratello Aurelio in Puglia e Basilicata, mentre apre le porte a futuri madonnari come Giulio e Domizio Persia e Teodoro D'Errico. Ripeto, è come se stessimo all'inizio di una indagine rivoluzionaria, una serie dì scoperte che le soprintendenze e gli studiosi ci stanno offrendo man mano che si scoprono patrimoni conservati tra le chiese disperse nelle colline lucane. E in questo scavo inserisco l'attribuzione al Mantegna fatta da Giara Gela o di due sculture possedute dalla cattedrale di Irsina, una Madonna e una santa Eufemia, e di cui sapremo tutto in una pubblicazione di prossima uscita per i tipi della Bautta di Pino Barile. Barile che ha da poco pubblicato un sontuoso volume sul Gotico in Basilicata e che promette ulteriori indagini sul Rinascimento. Quel Rinascimento che i quattro volumi curati da De Rosa e Cestaio per Laterza sulla Storia della Basilicata hanno solo in parte indagato e che aspetta dì essere ridisegnato man mano che si pubblicano testi inediti e si procede a quella catalogazione dei beni ecclesiastici in parte avviata da Maria Verrastro e a suo tempo da Franco Novello.