Per gli studiosi lautore è Stefano fiorentino Venerdì linaugurazione, poi il capolavoro sarà visibile a tutti nellabbazia cistercense I lavori di ripristino sono stati occasione per una più precisa datazione del ciclo, adesso fissata al 1350 Vasari nelle Vite si azzardò a definire quel giovane pittore toscano più abile perfino del suo maestro È così bella che sembra una Madonna di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova. Merito della posa monumentale e dellabito elegante che le cade sui fianchi leggero come una nuvola. Invece siamo a Milano e quella Vergine incoronata spicca fra i cortei di Santi e Beati del più importante ciclo pittorico del Trecento in Lombardia, quello dellabbazia cistercense di Chiaravalle. Che non porta la firma di Giotto, bensì del suo allievo più brillante, tanto bravo che persino Giorgio Vasari sazzardò a definirlo migliore del maestro. Toscanaccio, come lui, è ricordato nelle Vite vasariane quale «Stefano, pittor fiorentino», un mago «nel tirare in prospettiva un edificio perfettamente» e soprannominato «scimia della natura» per la sua abilità nellimitare il reale e la vita. Nonostante la testimonianza dello storico Vasari, di Stefano non si conosce molto. A fare luce sulla sua figura misteriosa arrivano oggi gli esiti del restauro che, dopo sette anni di lavoro, ha riportato allantico splendore gli affreschi giotteschi di Chiaravalle; 750 metri quadri di pittura, distribuiti sotto il cielo della cupola e sulle pareti del tamburo, che venerdì 5 (inaugurazione su invito ore 18) torneranno visibili al pubblico, lasciando libere da teli e impalcature sfilate immense di angeli e profeti, Evangelisti e Dottori della Chiesa, oltre ai protagonisti delle Storie della Vergine, care alla spiritualità cistercense e ispirate alla Legenda aurea, dallAnnuncio della morte di Maria alla sua Glorificazione. Eseguito sotto la direzione della Soprintendenza di Milano dal laboratorio Nicola Restauri di Asti, con fondi ministeriali e un finanziamento di Intesa Sanpaolo, il ripristino è stata loccasione per fare chiarezza sulla data del ciclo, stabilita intorno al 1350, e per dare un nome agli autori finora battezzati come "i maestri di Chiaravalle". Fra cui una prima anonima personalità, legata alla tradizione espressionistica lombarda, amante delle tinte intense e dei corpi robusti; e una seconda figura, erede dei modi toscani di Giotto, per la quale è stata proposta (da Carla Travi) lidentificazione proprio con Stefano Fiorentino, che sembra approdato a Milano dopo la peste nera del 1348, ingaggiato a Chiaravalle, ma tornato presto a casa perché la nebbia padana gli si era appiccicata alle ossa facendolo stare malissimo. Fortuna sua il passaggio di Giotto da Milano, nel 1335, convocato da Azzone Visconti per gli affreschi perduti del palazzo ducale, aveva lasciato un seguito di discepoli in grado di mettere a frutto i suoi insegnamenti geniali e di sostituire degnamente pure Stefano. Una storia affascinante restituita anche da un volume (verrà presentato a Brera il 25 marzo) edito da Electa, a cura di Sandrina Bandera e con un saggio di Mina Gregori che, a fine lavori, documenta la storia degli affreschi, con immagini a grandezza naturale di volti, gesti, capigliature e vesti raffinate, sullo sfondo, un tempo blu cobalto, di un cielo inondato di stelle.