CINQUE musei gli sembran pochi. Thomas Krens, da sedici anni idolatrato eo odiato direttore del Guggenheim, aggira le critiche (ma, spesso, si tratta di veri e propri attacchi) che da qualche tempo gli vengono fatte e rilancia in grande stile la sua politica culturale-manageriale con la quale ha trasformato quello americano nel primo museo globale della storia. Dice, mantenendo fede al suo ruolo di profeta e carismatico innovatore delle istituzioni museali del Terzo Millennio: «Vorrei fare un grande museo in Cina, un altro in America Latina, un altro ancora a New York e un altro in Medio Oriente... E, possibilmente, stabilire due partnership con il Prado e il museo di Shan-ghai». Nella hall di un grande albergo di Roma, dove è venuto per visitare la mostra di Armani, spiega con convinzione le ragioni di questo nuovo Big Bang ideato negli uffici della leggendaria sede newyorkese sulla Fifth Avenue: «II modello museale centrato sulla cultura occidentale-europea è superato. Il British, il Metropolitan, il Louvre sono figli dell'illuminismo e dell'Enciclopedia. Ma oggi è tutto cambiato. Bisogna allargare i nostri orizzonti. Ecco perché sono interessato all'Asia, all'America Latina e al Medio Oriente». E precisa: «Un museo in Cina creerebbe una forte comunicazione con la cultura e il popolo cinesi, in un momento di eccezionale crescita di quel paese. Quanto all'America Latina, la maggior parte degli americani e degli europei non presta attenzione alla cultura latino-americana perché non la considera abbastanza evoluta e raffinata, con un'unica eccezione, forse, per la letteratura. Un museo potrebbe segnare un'inversione di rotta. In Medio Oriente, invece, stabilirebbe un ponte davvero prezioso con la cultura islamica. Insomma, è tempo di investire in senso lato, non sole con il denaro». Uno spazio di medie dimensioni a New York, uno ben più grande a Bilbao e tre relativamente piccoli a Venezia, Las Vegas e Berlino. Nessun museo si era talmente allargate oltre i propri confini, come il Guggenheim sotto la direzione di Krens. Certo, non sempre i traguardi prefissi sono stati raggiunti: la sede newyorkese di SoHo aperta nel '92 si è rivelata un fallimento e l'ambizioso progetto per Salisburgo (affidato al grande architetto austriaco Hans Hollein) non ha avuto seguito. Per di più, l'allestimento di alcune mostre (soprattutto The art ofthe motorcycle nel '98) ha scatenato le aspre polemiche di chi le ha ritenute poco consone a un'istituzione così prestigiosa. Ma Krens - che rivendica una formazione manageriale-economica influenzata dalla teoria dei giochi di John von Neumann e di Oskar Morgenstern - non cede di un millimetro dalla propria linea. «I successi che abbiamo ottenuto sono incontestabili», dice. Quali? La realizzazione della sede di Bilbao, capolavoro di Frank Gehry (che ospiterà nel 2005 sette grandi opere di Richard Serra, create appositamente per i suoi spazi); tre premi della critica americana perle mostre del 2003; la qualità dell'attività espositiva (in questi giorni, Brancusi a New York, Rosenquist a Bilbao, Mapplethorpe a Berlino, The pursuit of thè Pleasure a Las Vegas...), il tentativo di avvicinare un pubblico più vasto di quello di selezionati ed eletti intenditori. Lei è considerato, anche dai suoi detrattori, un rivoluzionario. Ma è stato attaccato per il suo espansionismo, per alcune mostre considerate poco qualificanti e per l'impronta manageriale della sua direzione. Cosa risponde ai suoi critici? «Molti miei colleghi pensano che debba esserci una separazione tra la programmazione e il management. Io non lo credo. La programmazione e la amministrazione sono le due facce della stessa medaglia. Quando ho cominciato a dirigere il Guggenheim ho dovuto affrontare il problema di combinare un'attività espositiva di alto livello e di conquistare il grande pubblico. La risposta tradizionale era quella di separare le due cose. Io mi sono mosso in un'altra direzione e non me ne pento. Prendiamo il caso della mostra di Armani a Roma. E' incredibile il dialogo tra le statue delle Terme di Diocleziano, che sembrano manichini dalle teste mozze, e gli abiti dello stilista... Certo, siamo stati e siamo al centro di molte polemiche, per queste scelte e innovazioni espositive. Ma è inevitabile quando si decide di cambiare qualcosa». Se dovesse fare un bilancio della sua direzione, a suo giudizio, cosa ha funzionato e cosa non è andato per il verso giusto? «Un elemento decisivo è stato la politica. Sì, le situazioni politiche dei vari paesi in cui siamo intervenuti o volevamo farlo ci hanno molto condizionato e in alcuni casi ci hanno impedito di andare avanti. Per esempio, a Rio avevamo un ottimo progetto di Jean Nouvel, c'era già un accordo ma l'opposizione lo ha bloccato nonostante l'approvazione del sindaco. E ci sono problemi del genere anche a Taiwan». Nessuna autocritica o pentimento? «Francamente, no. Io credo nelle scelte. E, se rifletto sulle cose che ho fatto, beh, credo proprio che le rifarei perché penso di aver fatto delle scelte giuste. Con questo non voglio dire di essere soddisfatto per tutto quello che è successo. Ma abbiamo costruito qualcosa e voglio continuare a farlo, anche se qualcuno ci critica». Quali conseguenze ha avuto 111 settembre sul sistema dei musei? Quale influenza ha esercitato e potrà avere anche nel futuro? «L'11 settembre è stato un evento traumatico. Ha senz'altro generato una secca caduta delle presenze del pubblico nei musei e alimentato una grande insicurezza. Oggi i pericoli sono tantissimi, c'è una fortissi-ma vulnerabilità e non esserne consapevoli sarebbe assurdo. In un simile contesto, le istituzioni culturali debbono fare la loro parte». Come? «La cultura è comunicazione e conoscenza. I musei debbono essere percepiti come i custodi non solo della cultura occidentale ma anche del resto del mondo. Bisogna riconoscere, per esempio, che il livello di conoscenza della cultura islamica nel mondo occidentale è quasi zero. Chi sa qualcosa dei grandi architetti che hanno costruito edifici straordinari nel mondo islamico? Pochissime persone. I loro contributi sono ignorati. La cosa interessante del nostro rapporto con l'Islam è che oggi non si tratta di un confronto di stampo coloniale sulle risorse ma sul modo di vita. E l'unico modo per venirne fuori è stabilire un livello più alto di comunicazione. Ecco un compito che i musei possono svolgere... Non è detto che abbiano le risposte ma possono giocare un ruolo. Noi vogliamo farlo».