MOSTAR. C'è molta Italia nel ponte che unisce i Balcani. A suo tempo Carlo Azeglio Ciampi posò la prima pietra per la ricostruzione dello Stari Most, la vecchia struttura ottomana distrutta nel novembre del 1993, mentre ieri Franco Frattini era presente a Mostar alla cerimonia di inaugurazione, assieme ai rappresentanti di altri 51 paesi. Tra i due eventi si colloca la donazione di 3,150 milioni di dollari da parte del governo di Roma. Il ministro degli Esteri ha definito il ponte «un simbolo di solidarietà» e ha esortato ad «attraversarlo per unirsi e non per dividersi». Frattini ha poi deposto una corona di fiori davanti alla targa in memoria degli inviati della Rai Marco Luchetta, Alessandro Ota e Bario D'Angelo, morti dieci anni fa durante un bombardamento e ha ricordato il loro «modo coraggioso di fare informazione». La giornata è iniziata con bande di ottoni in marcia per le strade, che hanno svegliato la città della Bosnia-Erzegovina. Dopo le cerimonia con gli ospiti stranieri, principi, presidenti, capi di governo e ministri, alle 20.30 è cominciato il grande spettacolo: due tenori, dalle due torri che fiancheggiano il ponte, hanno intonato «L'inno alla gioia» e poco dopo, sulle note dei Carmina Burana sette atleti hanno restituito al ponte una vecchia tradizione tuffandosi con una torcia in mano nelle acque della Neretva. Centinaia di colombe, simbolo di pace, sono state liberate sul fiume. Qualcuno, però, ha cercato di rovinare la festa: del materiale esplosivo e un fucile sono stati trovati nei pressi del ponte. La ricostruzione del ponte vecchio di Mostar parte da un appello lanciato nel luglio del 1998 dall'Unesco, dalla Banca Mondiale e dalle autorità della città: rispondono cinque paesi, Italia, Turchia, Francia, Olanda e Croazia. II progetto prevede anche la riedificazione delle due torri fortificate che fiancheggiano lo Stari Most: la Halabija sulla riva destra e la Tara su quella sinistra e di tutto il centro della vecchia città turca, case e botteghe che per oltre quattro secoli hanno fatto di Mostar un gioiello dell'architettura ottomana. Lo Stari Most aveva retto a terremoti, guerre, invasioni, ma la mattina del 9 novembre 1993 era sprofondato nelle acque della Neretva, colpito da tre granate delle truppe croato-bosniache, precedute dal lancio dì 60 proiettili di grosso calibro. Il ponte era stato voluto da Solimano il Magnifico che aveva incaricato l'architetto Mimar Hajruddin, minacciandolo del taglio della testa se "la mezzaluna di pietra" non avesse retto. Quando nel 1566 il ponte fu sciolto dalle impalcature Hajruddin non ebbe il coraggio di assistere e si rifugiò in un casolare di campagna. La distruzione del "Vecchio", come lo ha sempre chiamato la gente di Mostar, è diventata il simbolo del tradimento dei croati di Bosnia nei confronti dei musulmani, alleati, fino alla primavera del 1993 contro i serbi. Il piano di divisione della Bosnia in dieci cantoni ideato da Cyrus Vance e David Owen, inviati di Onu e Ue, aveva offerto all'allora presidente croato Franjo Tudjman la speranza di annettersi l'Erzegovina, la regione meridionale della Bosnia Le truppe di Zagabria si unirono alle formazioni croato-bosniache e per nove mesi la parte musulmana di Mostar fu martellata senza sosta, i suoi abitanti costretti a vivere nelle cantine come topi, i morti a trovare sepoltura nei giardini e delle case sbriciolate rimasero solo mozziconi di mura. Saranno gli Stati Uniti, nel 1994, a imporre un cessate il fuoco e a costringere le due parti a firmare la creazione della Federazione croato-musulmana che, nel novembre del 1995, con la Republika Srpska (Rs) formerà la Bosnia-Erzegovina, uscita dagli accordi di pace di Dayton. Un'alleanza mai accettata pienamente tanto che, ancora oggi, rimangono rari i contatti tra le due comunità. Non si spara più, ma ognuno vive e lavora sulla propria sponda, i musulmani ad est della Neretva, i croati ad ovest Ecco perché il ponte doveva rinascere: finalmente è stata ricostruita la sua volta abbagliante di pietre bianche, che dopo undici anni si riflette di nuovo nelle acque verde smeraldo della Neretva. Proprio come lo aveva costruito Hajruddin: lungo trenta metri, largo quattro e con una luce di 27 metri nella sua volta a schiena d'asino. E a venti metri dalle acque del fiume quando la Neretva è al suo livello massimo. Alcuni dei blocchi di pietra sono quelli originali ripescati dal fiume dai soldati ungheresi della Sfor (Forza di stabilizzazione della Nato che dal 1995 ha il controllo militare del paese), altri sono state estratti dalla stessa cava usata da Hajruddin e riaperta per l'occasione. I lavori sono iniziati il 7 giugno del 2001 sotto la direzione dell'architetto francese Gilles Pequeux. Il costo totale dei lavori è stato di 15,4 milioni di dollari.