CHE cosa vuoi dire, da almeno due secoli a questa parte, "classico"? Qualcosa di uniforme e intangibile, o invece di multiforme e mutevole? Com'è nato il concetto? Implica forse un'idea biologica di decadenza cui deve far seguito una rinascita? Che senso ha oggi in un orizzonte sempre più multiculturale, e anzi globale? Di civiltà con radici classiche c'è solo la nostra o ve ne sono altre? Qual era il tipo di antichità cui pensavano gli antichi? Perché i regimi totalitari del '900 hanno fatto un uso massiccio dell'antico? Il "classico" è una di quelle etichette che maneggiamo ogni giorno dando per inteso che sappiamo tutti cosa vuoi dire, e invece a fermarci sopra l'attenzione scopriamo che, come tutti i concetti d'uso generalista, nasconde una vertiginosa serie di scatole cinesi in cui giacciono questioni tutt'altro che risolte. Ora Salvatore Settis («Futuro del classico», Einaudi, pp. 128, 7,00) ha rielaborato in volume una serie di scritti e di interventi di varia occasione, portandovi il piglio problematico e quasi risentito dell'antichista alquanto speciale che lui è: storico dell'arte e archeologo-antropologo che si è occupato di Giorgione e della Colonna Traiana, della memoria dell'antico nell'arte italiana e dei Greci (la "grande opera" Einaudi), che ha diretto il Getty Research Institute e oggi si divide tra la direzione della "Normale" di Pisa e una consulenza al ministero dei Beni Culturali. Cioè qualcuno per il quale lo studio e la ricerca non rimangono circoscritti in un ambito specialistico, ma semmai forniscono materiali per ima pratica del fare culturale, qui e ora, a tutela di un patrimonio esposto ;al doppio attacco dell'incuria pubblica e degli appetiti privati di lobbies affaristiche sempre più aggressive. Ho parlato di piglio risentito perché Settis denuncia fin dalle prime battute come oggi il classico tenda a diventare un alibi, una copertura. Un richiamo a valori fondativi che poi nessuno rispetta, una bandiera per rivendicare presunte superiorità della civiltà occidentale, un deposito a buon mercato di citazioni di terza mano, una cava di materiali per spregiudicati assemblaggi postmoderni. Ma intanto la cultura classica continua ad arretrare nei sistemi educativi e nella cultura generale dei Paesi che la sbandierano, e quanto più se ne parla in modo convenzionale tanto meno la si vive per quello che dovrebbe essere: un confronto in progress, sempre aperto. Il discorso di Settis prende a campione le arti figurative, l'architettura, certi profeti del modern classicism come Ricardo Bofill, che incorona il Donnelly Building di Chicago con quattro frontoni templari all' antica. Esempio tra i tanti di un citazionismo ironico che distrugge mentre cita, che non reinterpreta alcunché, ma semplicemente banalizza un classico semplificato (perlopiù il dorico): in aperta contraddizione con quelle che erano state le istanze più vere del modernismo architettonico del '900. Siamo ben lontani da Winckelmann, che sognava la liberazione intellettuale dell'individuo attraverso l'esperienza estetica, o dalle riflessioni degli idéologues sull'arte come "tecnologia morale", costruzione di un nuovo citoyen. Ricostruendo il dibattito plurisecolare sul rapporto tra "antichi" e "moderni", Settis identifica due grandi scuole di pensiero: quella di chi vede nei classici un sistema di valori universali, stelle fisse senza luogo e senza tempo; e quella di chi al contrario li pensa come un albero fronzuto o come un bosco immerso nel sistema ecologico del loro tempo, e vi cerca non l'identico, ma il diverso, come ha fatto il grande Aby Warburg. Il classico, conclude Settis, può dispiegare la sua vitalità autentica solo se lo consideriamo come un luogo di confronto fra culture, laboratorio di ibridazioni e debiti reciproci. Non un freddo cimitero monumentale, ma il terreno su cui indagare una dialettica di cui non possiamo fare a meno: quella tra identità e alterità.