Contro la ricostruzione mancata Oggi protesta in piazza con secchi e carriole Serena Giannico L'AQUILA La «rivolta» delle carriole giunge dopo quella delle chiavi. Quelle chiavi di casa - delle case vere, quelle dell'Aquila sventrate il 6 aprile dal terremoto - lasciate appese, giorni fa, perché inservibili, alle reti di metallo che impediscono l'accesso alle strade sbarrate della «zona rossa». E arriva con la rabbia dei cittadini che cresce, che quasi un anno dopo inizia a farsi sentire. Perché loro, trascinati dai comitati, hanno compreso che debbono dare la sveglia alle istituzioni. Perché hanno capito che col silenzio, aspettando mogi e speranzosi, le abitazioni, la città, non le riavranno mai. «Tutto questo tempo e non è cambiato assolutamente nulla - dice un'amareggiata coppia di anziani -. Ora ne siamo certi, forse i giovani se la ricorderanno la ricostruzione. Noi no». Quattro milioni di tonnellate di macerie caratterizzano ancora l'Abruzzo del sisma. E L'Aquila è la patria delle rovine. Tutte lì, con i fiorellini, avvisaglie di primavera, che cominciano ad affacciarsi sulle caterve di detriti. Con qualche gallina - come nella frazione di San Gregorio - che è rimasta l'unica residente del posto e razzola tra i pezzi del borgo spianato. Come in via XX Settembre, nel cuore del centro, tra le più importanti, dove le scosse hanno buttato giù molte palazzine e la Casa dello studente, tra le prime arterie ad essere riaperte e adesso di nuovo chiusa perché pericolosa a causa di uno smottamento che interessa la collina di Belvedere. Vicoli e costruzioni, in ogni angolo, sono soffocati da crolli, da massi e montagne di pietre e mattoni che aspettano di essere tolti. Quindi ecco carrette, secchi, guanti, pronti a mettersi all'opera. «Con le pale e con le mani... ce la metteremo tutta. Adopereremo anche i picconi, se necessario - spiega Mattia Lolli, del comitato 3e32 che si occupa, con altre organizzazioni, del coordinamento della protesta - Del resto, è l'unica soluzione. Comune e Protezione Civile si rimpallano le responsabilità. E allora dobbiamo dare un segnale forte. Si è parlato di efficientismo all'Aquila nel post-terremoto, di cui non c'è traccia. Il problema più evidente, come lo smaltimento delle macerie, è stato accantonato. Grazie anche alla complicità dell'informazione televisiva che continua a raccontare la favola bella della ricostruzione avvenuta. Ma dove? Non certo da queste parti». Il popolo delle carriole è pronto ad entrare in azione, in una realtà ancora militarizzata. L'appuntamento è alle 10 in piazza Duomo. «Poi vedremo dove dirigerci». Il questore dell'Aquila, Stefano Cecere ha avvisato: la polizia bloccherà l'ingresso a piazza Palazzo dove si è svolta la prima contestazione - questa è la terza promossa in due settimane. Ma Alessandro Tettamanti, del comitato 3e32 ribatte: «Potremmo occupare un'altra zona a sorpresa. Ci temono. Siamo sicuri che saremo in tanti». Un nuovo «viaggio» tra edifici a rischi e transenne guardate a vista dai soldati. E ci si aspetta uno spiegamento di forze dell'ordine per l'occasione. E per il sindaco Massimo Cialente «non è possibile trattare milioni di tonnellate di macerie con la normativa dei rifiuti solidi urbani: è pazzia. I sindaci non possono addossarsi questa responsabilità, il governo deve intervenire». Esasperati, a L'Aquila. Poche ore fa la protesta di 130 commercianti che nonostante la paralisi delle attività hanno l'obbligo di pagare la tassa di occupazione di suolo pubblico. Mentre 400 sfollati ospitati nella caserma di Capomizzi sono stati cacciati. Una lettera di poche righe del vice commissario vicario per la ricostruzione, ossia Cialente, e via: debbono sparire. Devono liberare gli spazi per far posto agli studenti dell'università, i quali tra l'altro non accettano questa soluzione. Se non se ne vanno «si provvederà ad esecuzione forzata». Per molti è un dramma perché non hanno più diritto all'assistenza alberghiera, non posseggono un alloggio e quindi si ritrovano senza una sistemazione. Sono in moltissimi in queste condizioni, respinti, costretti nella disperazione a obbedire ai diktat che si rincorrono. E non possono avanzare pretese, neppure quella di un tetto, come è stato loro risposto. Per essi, forse, sistemazioni di fortuna, da reperire sul territorio, dove capiterà, e se capiterà.