PALAZZO Donn'Anna non è l'unico edificio storico di Napoli che versa in cattive condizioni. Sono almeno undici i palazzi monumentali che appartengono ai privati che andrebbero urgentemente restaurati. Lo sostiene l'architetto Sergio Attanasio, presidente dell'associazione «Palazzi napoletani», che dal '95 promuove il recupero e la conoscenza del patrimonio architettonico della città. Attanasio lancia un vero e proprio allarme: «Bisogna fare in fretta, il rischio è di danneggiare un patrimonio artistico e culturale di enorme rilievo». Tra le situazioni ritenute più gravi che compaiono nell'elenco dell'associazione, c'è quella di Palazzo Maddaloni, in via Toledo, do ve vi è un cantiere aperto nel periodo successivo al terremoto dell'80, ma anche quella di Palazzo Spinelli di Tarsia, nel quartiere Montesanto, abbandonato all'incuria e al degrado della zona. L'associazione segnala altre vicende. Quella di Palazzo Serra di Cassano, in via Monte di Dio, ad esempio, dove appaiono visibilmente danneggiate le mensole di piperno dei balconi. Ma anche Palazzo Doria d'Angri, in via Toledo, la cui facciata in marmo non è stata mai restaurata dopo i danni subiti nel corso dei bombardamenti della seconda guerra mondiale. Ancora. In piena Spaccanapoli, al palazzo di Diomede Carafa-Santangelo in via San Biagio dei Librai da più di dieci anni sono in corso dei lavori che non sono ancora terminati. Ci sono poi casi some quelli di palazzo Mastelloni e palazzo Trabucco a piazza Carità, dove le insegne pubblicitarie oscurano i particolari in stile barocco della facciata. Se ci si sposta dal centro storico, dice ancora l'associazione nel suo documento, lo scenario non cambia di molto: in via dei Mille la facciata di Palazzo d'Avalos, opera seicentesca dell'architetto Mario Gioffredo, sta perdendo progressivamente i suoi colori originari. Spesso sono intervenuti sia la Soprintendenza ai Beni architettonici che il Comune con delle ordinanze in cui imponevano ai proprietari di eseguire i lavori. Quasi sempre - sottolinea Attanasio - sono rimaste lettera morta. Il presidente dell'associazione dei palazzi napoletani invoca adesso il sostegno economico delle istituzioni: «I condomini di questi edifici storici non possono sostenere da soli la spesa onerosa del restauro della facciata. È necessario che Soprintendenza, Comune e Regione forniscano un contributo sostanzioso». Qualcosa in realtà è già stato fatto con il progetto Sirena, elaborato dal Comune di Napoli. «Ma il contributo previsto dal progetto Sirena non basta per restaurare le facciate monumentali - replica l'architetto - tra l'altro, questo progetto non consente di intervenire organicamente su un intero quartiere, occorre assolutamente fare di più ed in fretta». Il Comune, dal canto suo, difende la bontà del progetto Sirena e rivendica un ruolo di primo piano nell'attenzione alla conservazione del patrimonio architettonico della città. «Abbiamo recuperato oltre cinquecento edifici del centro storico - spiega l'assessore all'edilizia Amedeo Lepore - soltanto con i primi due bandi del progetto Sirena, con un investimento pari a circa ventisette milioni di euro. Inoltre, rispetto alle altre città italiane, siamo in avanti nella elaborazione del cosiddetto "progetto colore", quello che mira a restituire il colore originale alle facciate degli edifici storici. Non è poco considerando le difficoltà in cui si trovano a operare i Comuni dopo i tagli decisi dal Governo».