Molti ricorderanno le signorine nude in vetroresina usate come tavolini del Milk Bar in una sequenza di Arancia Meccanica. Kubrick confessò che lidea gli era venuta dalla mostra di un artista della pop art inglese, Allen Jones, decano del pop in salsa British che, negli anni Sessanta, siglò una serie di sculture che riproducevano donne mezze nude, con biancheria di cuoio, piegate a 90 gradi per reggere piani di cristallo o sedute di moderne poltrone di design. Nato a Southampton nel 37, Jones è diventato una leggenda per la sua capacità di scherzare con lerotismo, forte di un humour anglosassone che distingue gli ultimi lavori, al centro di questa personale che presenta venti dipinti e sculture di grandi dimensioni, sul tema simbolico della passerella. In un defilé di ragazze vestite solo di colore, brilla tutta la sua antica ironia sul gioco della seduzione persino nelle opere che sfoggiano amplessi ideali sulle tastiere di un pianoforte. Il sesso cè, ma non si vede. E ogni pulsione è evocata con eleganza dalla sensualità felina delle sue femmine rubate ai fumetti e alla televisione, ma anche ai grandi classici, come nelle Tre grazie in tecnicolor, omaggio al mito di Canova. Guidare lo spettatore verso le sensazioni che deve provare utilizzando in modo opportuno lo spazio. Questo intento è molto evidente nella prima, bella personale italiana realizzata con opere degli anni 70 e 80 che Anna Maria Maiolino (nata a Scalea, in Calabria, nel 1942, ma trasferitasi da giovanissima in Brasile) presenta da Raffaella Cortese. La collocazione al piano inferiore fa sembrare la visita una discesa verso lignoto, mentre le pareti nude accentuano lo spaesamento. Le foto, autoritratti esposti in sequenze di piccole dimensioni, sono acute come lame: bocche aperte (ma anche socchiuse o capaci di contenere un uovo o di far uscire dalle labbra del fumo), un viso avvolto in un nastro, un altro in un drappo che copre il collo, gli occhi e poi tutto il volto, un trittico di autoritratti in cui una donna inserisce lingua e naso in una forbice come volesse mutilarsi. Viene da pensare alla body art di Dennis Oppenheim e Gina Pane, ma Maiolino accentua il taglio politico: evoca limportanza del femminismo storico ma anche lo spettro delle dittature e delle censure che ha conosciuto, accostando alle fotografie video sullo stesso tema che illuminano la galleria di una luce sinistra. Il volto è contratto in una smorfia di dolore, le costole sporgenti si possono contare una a una e ogni muscolo, da quelli delle braccia spasmodicamente tirate verso lalto a quelli del ventre scavato, è teso a trattenere gli ultimi istanti di una vita che se ne sta inesorabilmente andando. E solenne e intensamente drammatica limmagine di questo inedito Crocifisso ligneo di scuola lucchese, risalente agli venti del Trecento, eccezionalmente esposto al Museo Diocesano in questi giorni, tra la Quaresima e la Pasqua. Il Cristo, scolpito in un unico pezzo di legno di pioppo, con la sola eccezione delle braccia, è a grandezza naturale (un metro e 67 la sua altezza) ed è eseguito con un realismo crudo, di gusto violentemente espressionista. Immaginato nella penombra di una chiesa trecentesca, doveva essere una visione impressionante per i fedeli dellepoca e anche oggi, benché abbia perduto la sua originale collocazione, conserva tutta la sua straordinaria potenza. Liconografia è quella del Christus patiens, il Cristo sofferente con il quale lumanità si può immedesimare, che da qualche decennio aveva sostituito quella più distaccata e algida del Cristo trionfante. Oltre che di eccelsa qualità, questo Crocifisso è anche rarissimo, se si pensa che meno del cinque per cento delle sculture lignee prodotte tra Duecento e Trecento sono giunte fino a noi. Lopera è stata prestata al museo dalla Galleria Longari di via Bigli, che lha scovata nel 2006 in una collezione privata sul lago di Garda. Non sappiamo praticamente nulla della sua storia, se non che nel corso dei secoli lopera ha subito alterazioni e manomissioni cancellate grazie al recente restauro. Tra Cinque e Seicento, quando larte gotica non era per nulla apprezzata, le braccia vennero staccate e rimontate in posizione perfettamente ortogonale rispetto al corpo, secondo il gusto dellepoca. In origine il legno era completamente dipinto (lincarnato doveva essere colore ocra, il perizoma rosso) e, sulla testa, il Cristo sfoggiava una parrucca fatta di capelli veri. La personalità dellanonimo maestro che ha creato questo capolavoro è stata sagacemente ricostruita dagli studiosi Luca Mor e Guido Tigler nel volume Un crocifisso del Trecento lucchese (edito da Allemandi). Il direttore del Diocesano, Paolo Biscottini, vorrebbe acquisire il Crocifisso per il suo museo, ma il problema è sempre il solito: «Ci vorrebbe una cifra non distante dal milione di euro, e non so se riuscirò a trovare i fondi».