Ambiente: illustri architetti, sofisticati designer e illuminati imprenditori a una cena da intellighenzia meneghina, ovvero non berlusconiana. Ravioli di zucca e questione morale, a cominciare dall'affaire Bertolaso. «Basta fare harakiri!», attacca Pierluigi Nicolin, ordinario di composizione architettonica al Politecnico. «Sono andato a L'Aquila e, per onestà intellettuale, devo riconoscere che quello che è stato fatto finora non si era mai visto non solo in Italia ma, a quanto so, neanche a New Orleans dopo l'uragano Katrina. E' un'esperienza che va perfezionata, non demolita per ragioni politiche». L'inatteso punto di vista sulle scelte in terra d'Abruzzo di BB (Berlusconi-Bertolaso) coglie in contropiede i presenti: Nicolin, 68 anni, esperto di progettazione urbana, già socio fondatore della Gregotti Associati, esperto di progettazione urbana (periferie, aree dismesse etc), direttore della rivista «Lotus international» non è il tipo archistar. Più che megacommesse (solo ora a Milano firma il nuovo centro congressi in Fiera, 16 mila posti, il pi grande d'Europa) l'architetto ha operato sul fronte dei terremoti, dal Belice (coordinò «Belice 1980», il laboratorio di progettisti chiamati a rimediare ritardi e sprechi della ricostruzione) a Napoli. Altre scosse, altri terremoti: nel 1994, l'architetto NicoIm scrisse «Notizie sullo stato dell'architettura in Italia» (Bollati Boringhieri) un duro j'accuse su Tangentopoli. «Non conosco Bertolaso, non ho mai lavorato con la Protezione Civile e non ho elementi per intervenire sugli aspetti giudiziari», premette Nicolin. «Ma, dopo tutto quello che ho vissuto nel Belice e a Napoli, credo di poter prendere la parola. Nel Belice ci chiamarono quando ormai erano rimaste solo le briciole. A Napoli fu l'architetto Uberto Siola, allora assessore del Pci, a volere degli esperti per un progetto sul dopo terremoto. Lavorammo un anno, ci bastava 1 miliardo dei mille miliardi in campo». Come finì? «Siola fu gambizzato dalle Br. I politici locali, a cominciare da Bassolino, non ci vollero tra i piedi». Con questo vissuto e relativi pregiudizi («Leggevo di new town e orride case sospese su piloni») Pierluigi Nicolin, in autunno parte per L'Aquila. In incognito («Non volevo farmi condizionare») gira per giorni tra le macerie della periferia («Brutta, come quelle di tante nostre città»), nei cantieri («ordinatissimi»), tra le rovine dei palazzi del centro storico. Primo bilancio: «La Protezione civile aveva un perfetto controllo del territorio. Ho incontrato giovani preparati, tutti col pc aperto, pronti a spiegarti e a confrontarsi sugli interventi. Al confronto gli uffici del Comune di Milano sono da Terzo Mondo!». Capitolo case. «Una volta fatta la scelta - altre erano possibili - di non avere abitazioni provvisorie ho visto prefabbricati più o meno decenti. Nel bel paesaggio ondulato è interessante come sono stati inseriti non a schiera; buona anche la soluzione dei posti auto sotto le case tra i piloni antisismici che elimina orride rampe e parcheggi ma, soprattutto, l'attenzione al risparmio energetico mai vista nella nostra edilizia popolare. Gli interni tutti finiti, tutti uguali? Sarà pure un atteggiamento dirigista, ma avreste dovuto vedere cosa succedeva, cosa spendevano nel Belice». Ben altro tema, secondo Nicolin, è la rinascita del centro storico. «Altro che i vicoli murati a Napoli! Ponteggi, sensori sulla cupola del Duomo: la prima fase della messa in sicurezza mi è parsa esemplare. Non capisco la polemica sui detriti: è contro la sovrintendenza, contro il sindaco, contro il governo? Il vero nodo è la conservazione. Non è più compito di Bertolaso ora, deve scendere in campo un personaggio autorevole - penso ad Andrea Carandini, presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali - che elabori con degli esperti un piano strategico su cui confrontarsi democraticamente. Serviranno forse 15 anni, non puoi imbrogliare la gente. Ma senza un piano la città non rivivrà mai, perché nel frattempo la gente se ne sarà andata».