La stagione felice delle esposizioni nello «Stato da tera», ben articolata a «sistema» da un governo culturale efficace da parte della Regione, continua con una deliziosa mostra in situ, dopo e insieme al Giorgione a Castelfranco, con «Cima da Conegliano. Poeta del Paesaggio» a Palazzo Sarcinelli. Conegliano ha voluto una mostra sul proprio pittore e bene ha fatto Artematica a organizzare con dovizia di mezzi e con la curatela raffinata e sapiente di Giovanni Carlo Federico Villa una esposizione di non grandi dimensioni, ma di eccelsa selezione, puntando su opere di indubbia autografia e di emblematica rappresentatività. Gli spazi di Palazzo Sarcinelli hanno plasmato la scelta operata da Villa: un numero contenuto di opere dell'artista coneglianese, una quarantina, ordinate in mostra secondo un criterio rigorosamente cronologico, a partire dalla prima opera autografa di GiovanBattista Cima, cioè la Pala «Madonna in trono con il Bambino tra i santi Giacomo e Girolamo», dalla Pinacoteca di palazzo Chiericati di Vicenza, unica tela esposta (le altre opere tutte su tavola), dai colori lievemente appannati e dalla meravigliosa pergola di vite, cielo vegetale sopra il capo della Madre di Dio. Le sette sale, un lustro di attività circa per ogni sala, ospitano capolavori da mezzo mondo avendo il Nostro goduto di fama internazionale, ambitissimo da musei e grandi collezionisti europei, dalla seconda metà dell'Ottocento fino agli anni venti del Novecento. Ahinoi, la moda influisce perfino sull'empireo pittorico, e la fulgente stella del Cima si appanna non poco, sostituita dagli astri più misteriosi e coinvolgenti del Giorgione o del Caravaggio: infatti questa di Conegliano è la prima esposizione dedicata al Cima dopo quella di Treviso del 1962, curata da Luigi Menegazzi, con allestimento di Carlo Scarpa. Era dunque tempo di mostrare le meraviglie di questo artista che, allievo di Giovanni Bellini, raccoglie suggestioni dei grandi che attraversano l'arte veneziana di fine Quattrocento, Vivarini, Leonardo, Antonello e insieme la plasticità, tradotta da Cima in colore, della statuaria dei Lombardo. La presunta 'provincialità, di Cima è smentita in mostra dalla sapienza e dal rigore della pennellata, sempre controllatissima, dalla innovazione della figura, che pur fedele alla tradizione classica, gode di un movimento tutto nuovo e particolare, come le deliziose madonne «detronizzate», sedute semplicemente su un bordo di balaustra o un improvvisato scranno di roccia. E proprio da queste Marie, tante in mostra con divini e umanissimi bambini, vivi da toccarli, si svolge il filo rosso della fedeltà alla terra natale del pittore: volti nostrani, nasi affilati, carnagioni chiare, dolci di una ingenuità contadina, certamente ieratici ma privi di simbologia o turbamenti teologici, donne nate in una terra che la fa da padrone nei paesaggi ( mamolto più che meri sfondi) alle spalle della figura. Colline e castelli, edifici e ponti, fiumi e selve talmente precisi per morfologia, geografia e orientamento da permettere una individuazione tuttora immediata con il paesaggio circostante. A questo proposito, di grande interesse e efficacia, imperdibile per la completa comprensione della mostra, il video costruito su dettagli delle opere esposte in raffronto alla configurazione attuale del paesaggio. La precisione da miniaturista nella ricerca del particolare realistico farebbe pensare a una pittura «open air», ritratta dal vero di fronte alle colline del coneglianese; in verità Cima, della cui biografia si conosce solo con approssimazione qualche dato (145960 - 151718, di famiglia assai benestante), dipingeva dalla sua frequentatissima bottega di Venezia, servendosi presumibilmente di cartoni, aggiornati durante i suoi soggiorni estivi nella cittadina natale, da cui mai in pectore si separò, le cui linee paesaggistiche sono onnipresenti nelle sue opere. Di questo inconfondibile tratto del Cima Berenson nel 1919 con felicissima riflessione scrisse che nessun maestro del tempo seppe «rendere alla pari di lui l'atmosfera argentea che leggera e ampia bagna il paesaggio italiano».