Da Urbani 3.000 copie d'un testo che magnifica l'opera del governo Berlusconi Stampato in tremila copie, costo dichiarato 50.000 euro, arriva nelle redazioni dei giornali, a tutti i parlamentali e agli addetti ai lavori l'ultimo prodotto della strategia comunicativa del ministero per i Beni e le Attività culturali. Sono otto fascicoli riccamente illustrati, contenuti in un cofanetto, che, sotto l'insegna «II Governo Berlusconi per la cultura, lo spettacolo e lo sport», esaltano l'operato in materia nei primi tre anni di legislatura. Sul retro del cofanetto ecco accennato lo scenario, dall'apocalisse al Rinascimento: «Da una eredità stracolma di problemi irrisolti, un bilancio di innovazioni governative senza precedenti: nuove leggi, nuove fonti di finanziamento, nuovi servizi ai cittadini». Primo fascicolo sul patrimonio storico-artistico e il paesaggio, secondo su architettura e arte contemporanea , terzo sul patrimonio archivistico e librario, quarto sul 'cinema, quinto su musica e teatro, sesto sullo sport, settimo sulla cultura italiana nel mondo, ottavo sulla riforma del ministero. Qual è lo scopo di quest'iniziativa? Un Codice per tutelare? No, per vendere meglio II primo fascicolo è sul patrimonio storico-artistico e il paesaggio e subito, alla terza pagina di testo, a fianco di un affresco del Mantegna, contiene un'affermazione bomba: titoletto, «Adesso i monumenti non si possono più vendere». Perché, prima dell'epoca Berlusconi la Colonna Antonina o la Bocca della Verità erano sul mercato? Vale la pena di leggere bene tutto il testo: esalta il nuovo Codice per i beni culturali e paesaggistici varato il 20 gennaio scorso ma proprio sul finale s'intravede la verità, visto che si conclude con questa frase, «Disponiamo dunque di regole più chiare per alienare i beni pubblici». Il fatto è che il Codice Urbani (il cui primo articolo legislativo, va sottolineato, dopo le norme generali, concerne la vendita del nostro patrimonio, mentre solo dopo arrivano gli articoli sulla conservazione, il restauro, insomma sulla tutela) è arrivato come capitolo finale di due anni e mezza di febbrile attività legislativa, con cui questo governo ha affrontato la questione del tesoro del Bel Paese in termini letterali, un tesoro che serve a fare cassa. L'istituzione di Patrimonio s.p.a. e Infrastrutture s.p.a. ha creato il nesso tra l'alienazione del nostro patrimonio pubblico e il varo delle grandi opere. E di queste leggi nel fascicolo non c'è traccia. Così come, lì dove si celebra il fatto che il Codice per la prima volta annovera il paesaggio ira i beni culturali, non s'accenna ai condoni edilizi che, per loro stessa ragione sociale, del paesaggio fanno scempio. Non essendoci scadenze istituzionali, né compleanni da festeggiare, l'unica ipote si che viene in mente è che si tratti di materiale elettorale destinato a uscire in coincidenza con le europee e le amministrative, ma spedito fuori tempo massimo. L'abbiamo letto per voi. E, come si diceva un tempo, qui facciamo opera di controinformazione: dal cinema alla musica, dallo sport ai tesori d'arte. In fondo, per sgonfiare l'operazione che celebra i fasti del governo Berlusconi, basterebbe una cifra: i 111 milioni di euro di taglio al bilancio del Ministero per i Beni e le attività culturali, attuati con la «manovrina». Più gli altri 24 milioni di euro di taglio agli stanziamenti discrezionali non obbligatori. Ai quali vanno aggiunti i 20 milioni che il governo taglia dalla quota del Fondo unico per lo Spettacolo destinata alla cinematografia. La linea di quest'iniziativa pubblicitaria del Mbaac infatti è questa: valorizzare allo spasimo ciò che si è fatto, annettersi iniziative varate da altri (il restauro della Cappella degli Scrovegni, mettiamo, il cui protocollo è stato sottoscritto a maggio 2000, è catalogabile sotto l'insegna «ciò che ha fatto il Governo Berlusconi»?), rivendicare ciò che è sempiterno e nascondere sotto il tappeto quello che non conviene. Leggiamo il paragrafo sui siti archeologici: dice che noi possediamo «un numero incredibile di vestigia del passato» (grazie a questo governo?) e il titolo spiega che i nostri siti «sono i più aperti e visitabili d'Europa». Può darsi che la dizione sia giusta in termini assoluti, ma qui si omette di parlare degli scioperi del personale di inizio maggio, delle chiusure a singhiozzo di Pompei, e del fatto che il 31 dicembre prossimo scade il contratto per 2.200 lavoratori precari, sui quali si regge il nostro sistema museale. Dopo, il diluvio? Da Venezia a Cinecittà la forza distruttiva dello spoil System Più che quella di fare riforme per migliorare la situazione del nostro cinema la preoccupazione del ministro Urbani è stata da subito quella di «occuparlo». Forte della «legge» del cosiddetto spoil System ha subito piazzato i suoi uomini -ripartiti tra forzisti e An - nei posti cardine del cinema pubblico. Spesso suscitando scandalo per l'assoluta incoerenza dell'eletto col ruolo che andava a ricoprire, come, caso tra i più eclatanti, quello del sociologo Francesco Alberoni messo ai vertici dell'ex Centro Sperimentale di cinematografia al posto dello storico del cinema Lino Miccichè, scomparso recentemente. Da lì è stato solo un crescendo. La Mostra di Venezia, di cui il ministro vanta un ipotetico rilancio, è stata sottoposta a un continuo cambio di direttori: via Alberto Barbera, «noto comunista», entra l'ex direttore della Berlinale Ivloritz de Hadeln tenuto in vita per sole due stagioni e nuovamente sostituito, per questa edizione 2004, da Marco Mueller Alla direzione generale del cinema del ministero, ruolo cardine da dove partono i finanziamenti pubblici, stessa storia. Messa alla porta Rossana Rummo, Urbani nomina al suo posto Gianni Profila, sconosciuto «manager dell'audiovisivo» che, insieme alle commissioni, riesce in soli sei mesi a finanziare 80 film. Altro che finanziamenti a pioggia: qui si tratta di un diluvio. È lo stesso Urbani, allora, che cerca di correre ai ripari. Via anche Profila «ripiazzato», strategicamente, alla dirczione della Siae a costo, anche qui, di una sollevazione di tutte le associazioni della Società autori ed editori. Cinecittà Holding, poi, viene data in blocco a Forza Italia e «riformata» in modo da renderla una struttura che controlla tutto il cinema pubblico. Amministratore delegato un ex uomo mediaset, Ubaldo Livolsi e come direttore generale - in un primo momento - Pupi Avati. Ma anche per il popolare regista resistere ai diktat del ministro non è stato facile: durante lo scorso festival di Cannes annuncia le sue dimissioni e al suo posto arriva Carlo Fuscagni, ex uomo Rai dai trascorsi de. Ma non basta. Il vero colpo di grazia che il ministro ha assestato al nostro cinema è la legge di riforma del settore. Una normativa che tutto l'universo cinematografico ha definito una vera minaccia. Intanto tra questi avvicendamenti, cambi di poltrone e scambi di potere, oltre alle minacce di tagli al Fus, il cinema italiano è alla paralisi. Teatro e sport E la vertenza spettacolo è in piedi da mesi Fedele alla confezione di lusso degli altri volumetti, anche il «quaderno» per la musica e il teatro segue gli stessi criteri di esposizione dei «fatti»; scrittura bella larga (di quelle che si usano per riempire lo spazio), sintesi degli argomenti modello volantino pubblicitario, mentre si glissa sui problemi del settore resi così aspri da mantenere ancora aperta la vertenza spettacolo promossa qualche mese fa - e a cui hanno partecipato tutti, dalla danza alla musica, dal teatro al circo, grandi e piccoli, noti e meno noti - per denunciare lo stato di crisi. Il nodo gordiano (che opportunamente non viene citato) è dato dagli effetti della riforma che dovrebbe ristabilire nuove competenze tra Stato e Regioni per la gestione del settore. Il nuovo assetto - ancora piuttosto indefinito e privo di regole chiare - ha portato a un dissesto dei tempi di gestione: ritardi sulle nomine e sulle convocazioni di commissioni e comitati, chiamati a discutere le regole di assegnazione dei fondi, e, di conseguenza, una mostruosa dilazione dei tempi di erogazione dei fondi. L'incertezza continua: anche per quest'anno si prevede che le commissioni non si riuniranno prima della fine di settembre per assegnare i fondi del 2004, cioè ad attività abbondamente iniziata e con le compagnie soffocate dagli interessi passivi delle banche. A questo si aggiungono gli effetti di criteri trasversali fatti in corsa per tamponare la deriva come quello di escludere dalla lista dei soggetti da valutare chi non ha iniziato l'attività. Insomma, andare avanti al buio. Diventano inutili, inoltre, i dati sul Pus se non si indicano quanti e quali soggetti ne usufruiscono e in che misura. Il settore danza è andato completamente in stallo per questo e la definizione finale dei fondi è stata da barzelletta con ben tre risultati diversi: quelli previsti dalla commissione (ma senza conoscere il budget effettivo), quelli ricalcolati con i fondi a disposizione, infine un terzo conto che riattribuiva i soldi secondo le precedenti attribuzioni (e dunque senza tener presente le nuove indicazioni della commissione). Quanto alla riforma del Pus annunciata a grandi lettere all'inizio, si tratta semplicemente di una proposta di riforma. Tutto da fare, tutto nella mente di Dio. Così come la legge per lo spettacolo, la cui assenza è tuttora tamponata da decreti d'emergenza e circolari. Un emblema per tutti la vicenda del Coni Nel fascicolo dedicato allo sport il duo Urbani-Pescante, si autocompiace per i grandi traguardi che lo sport di casa nostra avrebbe raggiunto, grazie alle iniziative del ministero. Evidentemente il libricino è stato stampato prima delle ultime esternazioni del presidente della Federcalcio, Franco Carrara e dello stesso sottosegretario, Mario Pescante, ma già qualche vago sospetto che tutto non era filato poi così liscio deve essersi insinuato al ministero, se si tace completamente su quella che è stata, a suo tempo, definita la «vera rivoluzione» dell'assetto sportivo del Paese. Ci riferiamo al provvedimento del 2002 di riforma del Coni, quello per capirci che, sotto la guida «creativa» di Giulio Tremonti, ha dato vita alla Coni servizi spa. Doveva partire da lì la nuova struttura del governo dello sport italiano. Ecco, a distanza di due anni, che cosa ne pensa Carraro. «La Coni spa è inutile e dannosa: bisogna tornare al Coni sic et simpliciter». E Pescante? «La Coni spa è un meccanismo che non funziona». Comprensibile il silenzio ministeriale. Nella stessa occasione, si decise di rapinare il Comitato olimpico del Totocalcio e degli altri concorsi, per passarli ai Monopoli di Stato. Ed ora? «Il totocalcio non tira - constata Carraro - il Coni aveva un progetto, ma ci è stata tolta questa opportunità». Altro comprensibile silenzio. Come fiore all'occhiello, viene presentata la legge sulle società sportive dilettantistiche. Effettivamente, un buon provvedimento, al quale aveva concorso anche l'opposizione. C'è un piccolo particolare, però: che la legge, dopo un anno e mezzo, non è mai decollata veramente, per i permanenti contrasti con le regioni. Molto fumo, pochissimo arrosto. Si mena poi gran vanto della riforma del decreto Melandri. L'unico risultato vero della quale è stato il ritorno in Giunta Coni dei presidenti di federazione. Si è cioè tornati alla situazione dei «controllori-controllati». Gli enfatizzati nuovi fondi per gli impianti, sono vecchi soldi di Italia 90, congelati per anni. Si vantano,poi, la legge sul doping che è della legislatura del centrosinistra e che Pescante ha più volte tentato di alleggerire, e quella contro la violenza negli stadi, che non ci pare abbia ottenuti grandi risultati. Infine, vorremmo sommessamente segnalare che il governo è stato ed è completamente assente su un tema, quello della corruzione, che sta scuotendo il calcio nostrano.