LE SUE ARCHITETTURE ORA SONO IN PERICOLO Per lui lavorarono grandi progettisti «Sulla collina sopra il paese, esce, sorge la fabbrica: come un castello orizzontale di vetro, fluorescente di luci fredde». Poche industrie hanno goduto di narrazioni letterarie. Fra queste lOlivetti di Pozzuoli, costruita su progetto di Luigi Cosenza (insieme a Marcello Nizzoli) fra il 1951 e il 1954. Ottiero Ottieri la racconta in Donnarumma allassalto, pubblicato nel 1959, il migliore fra i romanzi, insieme a Memoriale di Paolo Volponi, dedicati allItalia che lascia il mondo contadino per quello industriale. Quando viene a visitare lo stabilimento, Eduardo De Filippo sale sulla terrazza che guarda il mare: «Ah, potete vedere il tramonto anche dallofficina?», esclama al protagonista-narratore, cioè lo stesso Ottieri, chiamato da Olivetti a selezionare il personale. Ed è ancora nel romanzo di Ottieri che, pur non essendo nominato, Adriano Olivetti fornisce la sua idea di architettura industriale: «Abbiamo voluto che la natura accompagnasse la vita della fabbrica (...). La fabbrica fu quindi concepita sulla misura delluomo, perché questi trovasse nel suo ordinato posto di lavoro uno strumento di riscatto e non un congegno di sofferenza». Sessantanni dopo quello stabilimento con il giardino disegnato da Pietro Porcinai conserva la luce e la linearità che ne fecero un edificio modello. Ma non si nasconde i rischi di uno snaturamento il figlio di Luigi Cosenza, Giancarlo, ingegnere: «La crisi dellOlivetti e poi la cessione alla Telecom hanno trasformato ledificio in una superficie da affittare: vige un vincolo della Soprintendenza, ma il manufatto viene usato come un guscio, si rispetta lesterno, però si interviene pesantemente allinterno, abbassando le altezze e costruendo soppalchi. Attualmente ci sono call center e altri servizi. Ho paura che possa essere venduto, anche a pezzi». Le architetture e lurbanistica olivettiana formano una rete da Ivrea a Matera, Pozzuoli e lAbruzzo. Si distanziano con vigore polemico dallItalia in cui domina la speculazione. Su questo patrimonio, per conservarne la leggibilità e lunitarietà, vigila la Fondazione Adriano Olivetti, sorta due anni dopo la morte di Adriano per «raccogliere e sviluppare limpegno civile, sociale e politico» dellimprenditore. Dal 2001 le architetture di Ivrea sono catalogate a cura di Patrizia Bonifazio ed Enrico Giacopelli, ed è nato il Mam, il museo a cielo aperto che attraversa la città segnalando gli edifici patrocinati da Adriano. Inoltre è stata avviata la pratica per la tutela dellUnesco. Ivrea è il cardine delle sperimentazioni olivettiane, lo spazio in cui si organizza la sua visione del mondo: «Ivrea accoglie opere darchitettura come fossero quadri di collezione», ha scritto Manfredo Tafuri. Larchitettura e lurbanistica di Olivetti si intrecciano con le scienze sociali: sia che investa la città, lindustria o i borghi rurali, la cura di Olivetti è orientata alla costruzione di scenari fisici per i suoi progetti di sviluppo della comunità, gli embrioni sui quali si edifica, a suo avviso, la società democratica. A Ivrea dalla metà degli anni Trenta lavorano Luigi Figini e Gino Pollini, che ampliano le officine, costruiscono lasilo nido e poi il Centro servizi sociali; Ludovico Quaroni progetta la scuola elementare; Edoardo Vittoria si occupa della centrale termica; a Mario Ridolfi è affidata la scuola materna; Ignazio Gardella realizza la mensa; a Luigi Piccinato spetta il quartiere Bellavista; Roberto Gabetti e Aimaro dIsola immaginano Talponia, edificio semicircolare incassato nel verde. Poi ci sono le case di Canton Vesco e La Sacca (Marcello Nizzoli e Annibale Fiocchi), le abitazioni e il quartiere Crist di Emilio Aventino Tarpino, insieme a Nizzoli e Vittoria. Il meglio dellarchitettura italiana lavora in quegli anni su commissione di Olivetti, che sarà anche presidente dellInu (lIstituto nazionale di urbanistica). Il marchio olivettiano informa il design e i negozi (Carlo Scarpa realizza quello in piazza San Marco a Venezia). Nasce per volontà di Olivetti il borgo La Martella a Matera, progettato da Quaroni, Lugli, Valori e Gorio. Quando lOlivetti ha cessato di essere la fabbrica che, alla morte di Adriano, contava 36 mila dipendenti, «per Ivrea è cominciata la stagione del lutto», racconta Patrizia Bonifazio. Creare attenzione per gli edifici che hanno accompagnato la storia della fabbrica è stato come elaborarlo, quel lutto. «Non era semplice per la comunità di Ivrea adattarsi al fatto che il paesaggio del lavoro diventasse un paesaggio culturale». Il patrimonio è estesissimo: circa il 70 per cento di Ivrea è di matrice olivettiana. Ma ora le proprietà sono le più diverse. «Finché era lOlivetti a fare la manutenzione non cerano problemi. Poi la diversa mano degli interventi rischia di fare danni. Ettore Sottsass è intervenuto correttamente nel centro studi di Vittoria. Ma molto discutibile è il lavoro nelle officine H, dentro lo stabilimento di Figini e Pollini: il grande spazio è stato diviso per ricavarne piccoli box. La mensa di Gardella è diventata un call center e sono stati smantellati gli impianti di areazione che avevano un grande impatto formale». La tutela degli edifici è affidato non a vincoli, «ma a uneducazione allarchitettura, alla salvaguardia degli spazi pubblici, al rispetto degli involucri esterni, dei colori». Per salvarsi gli edifici devono vivere. E vivere significa confrontarsi con tante esigenze, «cercando di evitare le manomissioni e rispettando la natura e le logiche che presiedettero alla loro costruzione».
Fabbriche e residenze da Ivrea a Pozzuoli. Ma quel patrimonio rischia di essere snaturato
Il testo descrive la storia e larchitettura dellOlivetti di Pozzuoli, costruita tra il 1951 e il 1954 su progetto di Luigi Cosenza e Marcello Nizzoli. Larchitettura è stata concepita per accompagnare la vita della fabbrica e fornire uno strumento di riscatto per i lavoratori. Oggi, dopo la crisi dellOlivetti e la cessione alla Telecom, ledificio è stato trasformato in una superficie da affittare e subisce interventi di manomissione. La Fondazione Adriano Olivetti cerca di conservare la leggibilità e lunitarietà del patrimonio architettonico.
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