L'emergenza si è impadromita anche dei beni culturali. Quattro tra i maggiori siti sono nelle mani dei connnissari. A volerlo è stato il ministro Sandro Bondi. Si è iniziato a luglio 2008 con Pompei, che in questo modo si è lasciata alle spalle una gestione di quattro anni affidata ai city manager. Poi è stata la volta, a metà 2009, dell'area archeologica di Roma e di Ostia antica. A fine anno in sequenza gli altri due commissariamenti: prima gli Uffizi e poi Brera. La motivazione è sempre la stessa: fare in fretta. C'è il caso di Pompei e dell'area archeologica della capitale, dove la situazione di degrado non ammette più temporeggiamenti, per quanto sia ormai da anni (se non da decenni) che è sotto gli occhi di tutti. Per gli Uffizi e la pinacoteca di Brera, invece, l'imperativo è di farsi trovare preparati per le celebrazioni del 10 anniversario dell'Unità d'Italia dell'anno prossimo. La velocità invocata sulle procedure è quella stessa utilizzata dalla protezione civile in altre occasioni. D'altra parte, le ordinanze che hanno sistemato i commissari nei luoghi di cultura hanno tutte l'identica matrice che ha guidato gli interventi nelle calamità o nella realizzazione dei grandi eventi. E le vicende giudiziarie di questi giorni che hanno investito i vertici della protezione civile stanno rivelando ramificazioni anche nei beni culturali: una pista investigativa rimanda alla ristrutturazione del teatro San Carlo di Napoli, che ha riaperto i battenti alla fine dello scorso anno, e un'altra agli interventi sugli Uffizi. Le attuali gestioni commissariali non sono coinvolte - il commissario del museo fiorentino, l'architetto veneziano Elisabetta Fabbri è, tra l'altro, fresco di nomina - ma è evidente che, come negli altri casi, la logica emergenziale ha favorito il malaffare. Attirato dagli svariati milioni che girano intorno ai cantieri della cultura, che al sud possono contare anche su 2,5 miliardi di fondi europei. Inchieste giudiziarie a parte da cui sono fuori, per i commissari della cultura c'è da registrare un fitto rincorrersi di incarichi. Marcello Fiori, per esempio, si muoveva nell'area della protezione civile (era il responsabile dell'ufficio emergenze) quando a febbraio dello scorso anno venne investito dell'incarico di porre fine al degrado di Pompei. Investitura rafforzata, tra l'altro, da un'odinanza della scorsa estate che ha ampliato i poteri affidatigli. Fiori ha poi lasciato la protezione civile e di recente si è trasferito al ministero dei Beni culturali, dove ha un incarico di dirigente presso l'ufficio legislativo, di cui è in predicato di diventarne il vice. Dal ministero, però, sottolineano che quella nomina non è stata ufficializzata. Anche il grande capo della protezione civile, Guido Bertolaso, è stato commissario in ambito culturale. A marzo dello scorso anno Bondi gli aveva affidato il compito di risistemare l'area archeologica romana e di Ostia antica. Il terremoto dell'Aquila lo ha fatto desistere e ha passato il testimone a Roberto Cecchi, il responsabile della direzione del paesaggio ai Beni culturali, poltrona che lascerà tra qualche girno per sedersi su quella di segretario generale del ministero. A giocare su più campi - senza considerare i vari incarichi in aziende private - è anche Mario Resca, direttore della valorizzazione a via del Collegio romano e fresco commissario di Brera. Resca è, tra l'altro, pronto a scendere in campo con Ales, società prima detenuta al 70 da Italia Lavoro e al 30 dai Beni culturali e ora di completa proprietà del ministero. Grazie al nuovo statuto, Ales che al momento impiega 340 persone, soprattutto lavoratori socialmente utili (e continuerà a impiegarli) potrà intervenire nel settore della valorizzazione, facendo di tutto. Come società in house avrà il privilegio di fare a meno delle gare d'appalto, chiudendo gli spazi agli attuali concessionari privati. Anche se al ministero minimizzano. «Non credo sia una prospettiva realistica nei tempi brevi - comnenta Manuel Guido, direttore dell'ufficio valorizzazione. La nuova Ales nasce con un orizzonte medio-lungo, perché prima deve acquisire tutto il know how necessario. E poi dubito che tutti i servizi possano comunque essere affidati a un unico concessionario nazionale».