Spinosa: «A Sant'Elmo per documentare luci e colori della creatività in città» Gli esclusi: «La selezione è inevitabile se si adotta un taglio critico». Ma fioccano le polemiche Appuntamento al Carcere Alto il 4 marzo Una «casa» per l'arte napoletana del Novecento, che fino ad oggi non aveva una sua collocazione pubblica in città. Questa l'idea-guida del nuovo museo che aprirà il 4 marzo alle 18 a1 Carcere Alto di Castel Sant'Elmo e che sarà diretto da Angela Tecce. In mostra, per ora perché il museo è in progress, centocinquanta opere realizzate in un arco di tempo che va dal 1910 al 1980 Finalmente. «Napoli Novecento»: il museo dedicato all'arte prodotta a Napoli nel secolo scorso, vede la luce dopo anni di discussioni, di polemiche, di conflitti. Che non si fermeranno certo con l'inaugurazione, giovedì 4 marzo a Castel Sant'Elmo: gli esclusi sono sul piede di guerra, dispiaciuti che la loro opera non sia stata presa in considerazione, una volta che si faceva il punto sull'arte del 900.Il Museo è nato su un progetto di Nicola Spinosa, il gravoso compito della scelta degli artisti è toccato alla direttrice di Sant'Elmo Angela Tecce, naturalmente in stretta collaborazione e condivisione con lo stesso ex soprintendente. Spinosa, come è nata l'idea di questo museo? «Sono cresciuto in mezzo agli artisti, che fanno parte della mia storia personale, prima ancora che professionale: Armando De Stefano, Gianni Pisani, tanti altri, erano volti familiari per me bambino: frequentavano mio padre Domenico, ne ascoltavo il rammarico, le lamentazioni perché non si sentivano considerati né dalle gallerie private né dalle istituzioni pubbliche, legate ad una tradizione tardo-ottocentesca. Da allora sono sempre stato accompagnato dal desiderio di documentare questo periodo, e ho cominciato a farlo con la mostra Fuori dall'ombra nel 1991». Che cosa ha rappresentato, e rappresenta, il secolo scorso per l'arte a Napoli? «Il Novecento nella nostra città è stato sicuramente un secolo importante per le arti: grande fermento, grande livello di creatività, molte luci, ma anche molte ombre. Ci sono stati artisti che sono rimasti chiusi all'interno di una tradizione obsoleta (il paesaggetto, il pino da cartolina) e altri che invece hanno saputo aprirsi all'esterno, entrando in contatto con i movimenti esteri e allargando così i loro orizzonti. C'è stato il Futurismo, qui ha lavorato Prampolini (alla Mostra d'Oltremare), c'è stato il Gruppo Sud, il movimento Nucleare, il Gruppo 58, chi aveva qualcosa da esprimere e qualità per farlo ha saputo ritagliarsi spazi importanti». Il Novecento a Napoli è stato terreno di conflitto, percorso irto di polemiche... «Vero, non si è fatto altro che litigare tra artisti, c'era difficoltà a trovare spazi adeguati, un'attenzione giusta a fronte di una creatività spesso di livello notevole. Era ora di dare a questi artisti una casa , anche se non credo che smetteranno di litigare. Noi, intendo il comitato di consulenza - quindi io con Angela Tecce in primis, mia sorella Aurora, Marinetta Picone Petrusa, Katia Fiorentino, Mario Franco e lo stesso Achille Bonito Oliva - ci siamo mossi secondo un metodo storico-critico, selezionando tra quanti avevano operato in città e continuano a farlo. Anche artisti non napoletani che però hanno lavorato qui interagendo con pittori e scultori locali». C'è un arco temporale preciso preso in esame (1910-1980): come si è arrivati a determinare questi confini? «Per un discorso essenzialmente storico-critico, in base al quale abbiamo ritenuto di doverci fermare al 1980, l'anno del terremoto che diede lo spunto alla collezione Terrae Motus : da qui in poi entriamo nell'arte contemporanea e abbiamo voluto fermare il tempo a quella data. Ma il nostro rimane un museo in progress, quindi saranno ben accetti gli aggiornamenti, sempre seguendo il metodo storico-critico che abbiamo adottato. Abbiamo deciso di documentare l'arte a Napoli dai primi del 900 sulle mosse di un discorso che parte da lontano, da quando cioè - all'indomani dell'Unità d'Italia - a Capodimonte (nel 1866, prima ancora che a Roma) fu creata una Galleria di arte moderna e contemporanea. Mancava una storia del Novecento, ora c'è». Novanta artisti, centocinquanta opere: che realtà vedremo in mostra? «Scopriremo una realtà fatta di luci e di ombre, come dicevo, vedremo gli artisti che sono rimasti provinciali e quelli che sono usciti fuori dall'ombra. Penso a Eugenio Viti, per esempio, che sarà riscoperto da tanti visitatori. Questa mostra avrà anche il compito di far capire a qualche collezionista che forse era il caso di prestarci i quadri in suo possesso, mentre abbiamo ottenuto bei prestiti dal Mart, dalla Gnam di Roma». Gli esclusi: molti o pochi? Quali criteri l'hanno guidata a comporre il quadro definitivo? «Gli esclusi sono sempre in numero maggiore degli inclusi, d'altra parte una selezione era inevitabile quando si adotta un taglio critico. Abbiamo scelto chi ha avuto una continuità, chi ha avuto maggiori rapporti con l'esterno. Nessuna inimicizia, sarebbe stato un limite imperdonabile. Capisco che c'è chi lamenta poca attenzione da parte della città, ma non potevamo risolvere noi questi problemi. L'importante è che finalmente si parli in maniera organica, documentata, dell'arte del Novecento a Napoli».