La proposta di costruzione di un ospedale è giustamente al centro del dibattito politico e civile della città: ciò è non solo inevitabile ma anche opportuno, per il grande impatto che questa prospettiva apre per lo sviluppo a tutto campo di Livorno e del suo futuro. Gli interventi che sin qui abbiamo letto confermano l'importanza strategica di questa scelta e la sua rilevanza per noi e, soprattutto, per le generazioni future. Sulla delibera del Consiglio comunale è stata avviata la procedura di referendum, la quale ha l'indubbio vantaggio di coinvolgere tutti i cittadini in un passaggio così delicato, e di estendere l'ambito del dibattito in modo assai ampio. Come già dissi in altra occasione, si tratta di un'esperienza di partecipazione assai importante e di uno strumento da utilizzare con la massima attenzione, anche per possibili usi futuri. Nello stesso tempo, deve essere chiaro che lo strumento referendum incontra dei limiti, in generale e non solo nel caso specifico. In primo luogo il fatto che il quesito referendario prende in considerazione soltanto la localizzazione nel nuovo Ospedale, e pertanto non può dare alcuna indicazione se e come il nuovo Ospedale possa essere fatto. In secondo luogo perché riduce il dibattito ad un sì o ad un no, che non solo impedisce l'emergere di posizioni più articolate, ma altresì non offre alcuna prospettiva alternativa nel caso di vittoria del no. Allora viene da porsi una domanda: non vi sono altre strade per conseguire i potenziali benefici superando i limiti esistenti? Ovvero qualcosa di meglio del referendum per ottenere gli stessi obiettivi che esso persegue? La risposta potrebbe esserci, e sta in una legge regionale approvata nel corso di questa legislatura e che si apre con un'affermazione impegnativa: "la partecipazione alla elaborazione e alla formazione delle politiche locali è un diritto; la presente legge promuove forme e strumenti di partecipazione democratica che rendano effettivo questo diritto". Si tratta della legge n. 692007, promossa dall'assessore regionale Fragai, che potrebbe forse fare al caso nostro (ed ai cui contenuti si è già rifatto il Comune di Livorno per la riqualificazione del Cisternino). L'art. 7 stabilisce infatti che "Per grandi interventi con rilevanti impatti di natura ambientale, territoriale, sociale ed economica, l'Autorità garante regionale della partecipazione può organizzare un dibattito pubblico sugli obiettivi e le caratteristiche dei progetti nella fase antecedente a qualsiasi atto amministrativo inerente il progetto preliminare. Il dibattito pubblico può essere organizzato anche nelle fasi successive soltanto su richiesta del soggetto pubblico cui compete la realizzazione del grande intervento". Quale argomento, più di quello della costruzione e localizzazione di un nuovo ospedale, potrebbe essere considerato "un grande intervento con rilevanti impatti di natura ambientale, territoriale, sociale ed economica"? Non sarebbe certamente da meno di quello recentemente attivato, e relativo alla riqualificazione dell'area del Padule nel territorio di Fucecchio: dove, merita di essere segnalato, l'esito del dibattito pubblico è stato di indurre a cambiare la localizzazione dell'intervento che ci si era proposti di realizzare. Alla luce di questo, mi azzarderei a fare una proposta, per così dire, transattiva. L'amministrazione comunale richiede l'organizzazione di un dibattito pubblico, il quale impone, secondo la normativa regionale, che sia garantita "la massima informazione tra gli abitanti coinvolti e sia assicurata l'imparzialità di conduzione, la piena parità di espressione di tutti i punti di vista e di eguaglianza nell'accesso ai luoghi e ai momenti di dibattito"; esso sarebbe condotto sotto la guida di un responsabile del dibattito, scelto tra esperti nelle metodologie e nelle pratiche partecipative dall'Autorità di cui sopra. Al termine del dibattito (che può durare fino ad un massimo di sei mesi, ma che potrebbe essere programmato per un periodo inferiore), l'ente proponente può o rinunciare al progetto iniziale e presentarne uno alternativo, oppure proporre modifiche al progetto, oppure ancora continuare a sostenere il progetto iniziale indicandone le motivazioni. In cambio di questa apertura, il comitato promotore potrebbe rinunciare al referendum e far valere le proprie ragioni nella sede opportuna del dibattito pubblico. Si garantirebbe in questo modo partecipazione, condivisione e trasparenza; tutti potrebbero presentare dubbi, opportunità e soluzioni alternative; non si ridurrebbe il tutto ad un sì o a un no, e forse la soluzione finale potrebbe aiutare chi ci governa a realizzare i propri obiettivi, per i quali è stato eletto, con un utile contributo di idee ed anche qualche assunzione di responsabilità in più da parte di tutti. COSTITUZIONALISTA , DOCENTE SCUOLA SANT'ANNA