Solo qui si è costretti a scegliere tra scuola e musica, tra tv e teatro. E si è dimenticato Keynes L'ASTEROIDE Italia si è perso nello spazio. Dimentichi del pianeta in cui fino a ieri abbiamo vissuto, sempre meno ci confrontiamo con gli altri, sempre più serriamo le finestre, chiudiamo a chiave non le porte, ma i nostri occhi. Attardato in un thatcherismo-reaganismo di maniera, chi ci governa sbandiera le superiori ragioni della crisi per giustificare i tagli a ogni investimento in cultura, dai musei alla scuola elementare, dalla musica alla ricerca. Senza sospettare, a quel che sembra, che quella retorica aziendalistica è obsoleta (a cominciare dall'America di Obama) perché si è infranta controi problemi che ha creato, inclusa la crisi finanziaria in cui navighiamo a vista. Senza nemmeno immaginare che i Paesi più avvertiti (come gli Usa) investono in cultura precisamente per reagire alla crisi, per preparare una stagione più favorevole giocando d'anticipo, puntando sulla cultura perché crea innovazione, favorisce lo sviluppo, promuove democrazia e responsabilità. La "sinistra", troppo occupata a rincorrere la Lega e Berlusconi sul loro stesso terreno in un cupio dissolvi per definizione perdente, non muove un dito per correggere il tiro, anzi lietamente contribuiscea spingere l'asteroide ulteriormente fuori orbita. Allegria di naufraghi. Vincenzo Cerami sull' Unità e Gioacchino Lanza Tomasi sul Sole hanno lapidariamente osservato che alla sinistra (come del resto alla destra) «manca la cultura della cultura». Non è un gioco di parole. Cultura della cultura vuol dire (sul pianeta Terra) riflettere, anzi sapere che le attività artistiche, la creazione letteraria, la ricerca scientifica,i progetti museografici, la scuola hanno una funzione alta e insostituibile nella società. Sono, anzi in Italia furono, luoghi di consapevolezza e di educazione alla creatività, alla democrazia e ai valori civici e identitari: il cuore di quella capacità di crescita endogena che i migliori economisti individuano come uno stimolo potente all'innovazione e all'occupazione non di quei settori specifici, ma di una società nel suo insieme. Eppure destra e "sinistra" troppo facilmente concordano nel genuflettersi davanti alle Superiori Esigenze dell'Economia di Crisi e all'Inevitabile Federalismo (del quale ultimo, peraltro, nessuno indugia a calcolare i costi devastanti). Allargando le braccia, e magari fingendo di vergognarsi, si tagliano le spese in cultura, dando per scontato che beni culturali, teatro, ricerca siano optional a cui dedicare solo il superfluo (che non c'è mai). Quasi un anno è passato da quando Baricco ha aperto su Repubblica (24 febbraio 2009) un'ampia discussione sugli investimenti in cultura. In tempi di crisi, questa la sua tesi, non si può pensare che la cultura sia finanziata con fondi pubblici. È arrivato il momento di scegliere. Basta soldi di Stato al teatro, puntiamo sulla scuola e la televisione, le sole cose che contino «nel paesaggio che ci circonda» (per la loro dimensione di massa). Quanto al teatro, all'opera lirica e così via, «meglio lasciar fare al mercato e non disturbare», tanto più che «se non sono stagnanti, poco ci manca». Ergo: non tagliare fondi a musica e teatro, ma spostarli integralmente sulla scuolae la televisione, «il Paese reale è lì». Proposta volutamente provocatoria, che a destra come a sinistra fu presa troppo spesso alla lettera, suscitando qualche esultanza di troppo (per esempio, dei ministri Brunettae Bondi). Proviamo dunque, prendendola alla lettera, a farci a voce alta due domande. Prima domanda: oltre a scuola, televisione e teatro, quale è il posto di altre "voci", come ricerca, università, musei e monumenti? Anch'essi non fanno più parte del Paese reale? Dobbiamo (a "sinistra" comea destra) vestire il cilicio e chiedere al governo, flagellandoci, di indirizzare anche quelle già scarse risorse su televisione e scuola? «Spostate quei soldi», scriveva Baricco, e intendeva quelli del teatro: ma siamo sicuri che per una delle "voci" della cultura si possano usare sempre e solo i soldi di altre "voci" della stessa natura? Perché non possiamo dire: "spostate soldi" sulla cultura, ma prendendoli da opere costose e dannose come il minacciato Ponte sullo Stretto, dal cosiddetto salvataggio Alitalia che ha borseggiato il contribuente, o riducendo i costi della Tav (il quadruplo, per chilometro, che in Francia)? Lista, inutile dirlo, che può allungarsi a piacimento. E perché non proviamo a recuperare anche solo in parte la gigantesca evasione fiscale, in cui l'Italia detiene il record mondiale (300 miliardi l'anno di imponibile non dichiarato secondo il Corriere della Sera ). A meno che l'evasione non sia «in sintonia con l'intimo sentimento di moralità», come dichiarò Berlusconi in un discorso alla Guardia di Finanza (11 novembre 2004). Seconda domanda: ma in quale Paese al mondo siè mai dovuto scegliere fra scuola e musica, fra televisione e teatro? Perché non è possibile promuovere tutte le attività culturali? Negli Stati Uniti, persino i biglietti per andare all'opera sono deducibili dal reddito (e in tal modo indirettamente finanziano il teatro). Ha mille volte ragione Baricco di chiedere più soldi per la scuola e una decente Tv pubblica che recuperi (se mai è possibile) il degrado culturale che proprio la televisione, privata e pubblica, va consolidando. Ma i tagli degli ultimi anni (con governi d'ogni segno) a beni culturali e teatro non si sono tradotti in vantaggi né per la Tv né per la scuola. Incrementare le risorse della scuola è essenziale; ma perché farlo strappando risorse ad altre "voci" del già magrissimo paniere della cultura? Se nell'asteroide Italia queste domande trovano così poche voci convinte, a destra esattamente come a "sinistra", è perché vi manca la cultura della cultura. Celebrando i funebri rituali della crisi, tappandoci gli occhi davanti all'evasione fiscale e agli sprechi in spese pubbliche non necessarie anzi dannose, dovremo veder morire l'opera lirica o il museo che in Italia sono nati, e intanto prosperano sul pianeta Terra, da Berlinoa New Yorka Melbourne? Dovremo assistere impotenti alla devastazione del paesaggio culturale italiano (e, non dimentichiamolo, alla cementificazione del paesaggio reale)? A quel che pare, anche la "sinistra" ha innalzato a principio supremo quello che Keynes chiamava «l'incubo del contabile», e cioè il pregiudizio secondo cui nulla si può fare, se non comporta immediati frutti economici. «Invece di utilizzare l'immenso incremento delle risorse materiali e tecniche per costruire la città delle meraviglie, abbiamo creato ghetti e bassifondi; e si ritiene che sia giusto così perché "fruttano", mentre - nell'imbecille linguaggio economicistico - la città delle meraviglie potrebbe "ipotecare il futuro"». E Keynes continua: questa «regola autodistruttiva di calcolo finanziario governa ogni aspetto della vita. Distruggiamo le campagne perché le bellezze naturali non hanno valore economico. Saremmo capaci di fermare il sole e le stelle perché non ci danno alcun dividendo». Sorgerà mai, nell'asteroide Italia, una sinistra capace di capire che chiudere teatri e musei sarebbe come fermare il sole e le stelle?
la Repubblica
18 Febbraio 2010
LA CULTURA, IL MERCATO E L'ASTEROIDE ITALIA
SA
Salvatore Settis
la Repubblica
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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