Era era il 1684, quell'anno a San Domenico Maggiore, la somma destinata alle funzioni delle Quarant'ore, ovvero per l'esposizione del Sacramento all'adorazione dei fedeli, fu di ben 281 ducati. E, oltre al denaro destinato a tal «Ciccio Provenzale per la musica con più strumenti», la maggior parte della cifra servì non solo per pagare Cosimo Pinto che aveva accomodato la «macchina antica che vedesi tutta consumata» ma anche per liquidare i pittori e gli indoratori che ridipinsero le tele e coprirono il legno con argento a foglia e oro macinato, per le cinque persone che per quasi una settimana avevano «allumato la macchina», per «l'apparatura della chiesa» e persino per chi aveva portato i «lutti per coprire le finestre». La «macchina antica» non era altri che la cosiddetta «macchina delle quarant'ore», una struttura grandiosa il cui fine ultimo era quello di sottolineare in maniera straordinaria, in prossimità della Pasqua, il tempo trascorso dal Cristo nel sepolcro, prima della resurrezione. Della costruzione di San Domenico Maggiore, alta quasi sette metri: un vero e proprio monumento del Barocco napoletano, del suo fortuito rinvenimento e del restauro dirà Ida Maietta, storica dell'arte della soprintendenza ai Beni storici di Lorenza Mochi Onori, domenica prossima (alle 11) a Castel Sant'Elmo, dove la macchina si trova attualmente esposta. I documenti che raccontano dell'opera e della sua costruzione sono stati individuati da padre Giovanni Ippolito tra gli scaffali della biblioteca del convento. La ricerca ha consentito così di appurare che per la prima macchina realizzata, la «macchina nuova», nel 1659, il priore chiedeva al consiglio una maggiorazione ai duecento ducati previsti per le spese destinate alle sacre funzioni. Presto, tuttavia, gli stanziamenti per la struttura di San Domenico divennero ben consistenti perché la «macchina» entrò in competizione con quelle simili costruite per altre chiese napoletane: San Paolo, Girolamini, Gesù Nuovo, dove, come sottolineò Domenico Confuorto, si ammiravano «macchine di smisurata grandezza, bellissime ad olio e cera». E, dunque, aumentarono le lucerne - nel 1727 furono ben trecento per un consumo di olio pari a 26 stara: 260 litri circa - e i pochi musici e cantori dei primi anni divennero una vera e propria orchestra con un esercito di cantanti tanto che nel 1742 la cifra spesa per l'intero apparato musical-vocale fu pari a 1281 ducati per nove, tra tenori, contralti e soprani, e quindici suonatori, tra violini, violoncelli, arciliuti, oboe e corni da caccia. Insomma, la scenografia e la messa in funzione della macchina doveva essere uno spettacolo grandioso ed era il risultato finale «di uno straordinario lavoro di collaborazione, che con il tempo purtroppo si è perduto, tra artisti come Domenico Antonio Vaccaro, Ferdinando Sanfelice, Nicola Tagliacozzi Canale e artigiani di altissimo livello» sottolinea Nicola Spinosa. Una «macchina» formata da alcuni elementi essenziali e tanti altri che avevano solo funzione scenica. In particolare, c'era un baldacchino, di forma quadrata, impreziosito da stoffa ricamata, che stava sospeso alla volta della navata; quindi un cielo (detto paradiso o gloria) fatto di nuvole dipinte e in cartapesta che faceva da cornice a uno o più dipinti con soggetto biblico. Ancora, una grandiosa raggiera coperta di oro e argento, detta «Bocca d'opera», inglobava il trono - destinato a accogliere l'Ostia Consacrata - in argento massiccio. Seguivano, il paliotto dell'altare (in argento e seta, con ricami preziosi), la scala, la gradinata, fiancheggiata dagli «splendori»: candelieri con decine di braccia che reggevano candele o lucerne, spesso in argento massiccio, fittate o prese in prestito, e per questo ben custodite e a volte persino legate. «Insomma» sottolinea Maietta «abbiamo recuperato e restaurato con gli specialisti di "Ambra" un documento storico e scientifico di valore eccezionale. E che dopo la mostra sul Barocco tornerà a San Domenico Maggiore perché chiunque lo possa ammirare anche in seguito».