Sandro Roggio, come nasce il libro? Il libro nasce dall'idea di raccontare la Sardegna brutta, una formula in controtendenza ai modi di proporre esclusivamente i paesaggi bellissimi che resistono, penso alle trasmissioni televisive che si intitolano «Bell'Italia», rassicuranti e ovviamente omissive. Omettendo di dire che i mari e i monti fortunatamente scampati alle manomissioni, sono accerchiati da uno sciame di cose brutte che avanza incessantemente. Ognuno di noi vede un pezzo. Il mosaico di tanti sguardi è quello che racconta meglio la realtà. Quindi la Sardegna non è l'eccezione felice, senza macchie, che il marketing della vacanze vende ai turisti? Magari sta un po' meglio di altre regioni, ma fa parte dell'Italia che nell'ultimo mezzo secolo si è imbruttita progressivamente. Inutilmente, perché le trasformazioni non hanno neppure prodotto sviluppo economico duraturo, come promesso. E ogni regione contribuisce con il suo speciale sperpero di risorse. Ognuna propone una tipicità, si potrebbe dire. Le pianure industrializzate a nord, come i litorali urbanizzati selvaggiamente, come le campagne del meridione annientate dallo sprawl o dai veleni, sono lì a documentare la disfatta del patrimonio italiano. Una calamità di cui non si avverte bene la gravità, tutti appagati dai ciclici premi, nello sfondo il diritto di conservare il diritto a edificare anche l'ultimo centimetro quadrato di terra in proprietà. Se l'edilizia costiera fosse la panacea, la Sardegna starebbe benissimo. C'è una falsificazione nel messaggio a fini turistici? Sì il tema è questo. Dai bei paesaggi viene qualche discreto ritorno economico. Ma attenzione, l 'Italia fantastica, che valeva la pena di faticosi viaggi già prima dei tempi del Grand Tour, è spesso una metafora che le agenzie di viaggio continuano a sfruttare abilmente, la pubblicità ingannevole secondo cui tutto è come nei bei ricordi. Ma i bei ricordi non bastano e si rischia pure il ridicolo se si continua. Penso al conte Mascetti di «Amici miei» che, dilapidato il rilevante patrimonio, conservava il festoso contegno come se niente fosse successo. È vero che ci sono luoghi resistenti, penso alle cosiddette città d'arte, ai paesaggi eccellenti come il Chianti senese, al Gennargentu, a cui si affida il compito di alimentare il brand. È come se il mercato turistico si fosse accorto che in fondo pochi luoghi possono bastare, il resto si può consumare... Sembra proprio così, ci si affida alla forza di monumenti e di ambienti naturali molto noti per attrarre visitatori. Si garantisce al turista la celebrità delle mete e i conseguenti racconti che ne faranno, e si assume supinamente l'ottica secondo cui il patrimonio territoriale è un insieme di emergenze collegate da grigi percorsi, basta non mettere negli itinerari i contesti degradati. E' sufficiente mostrare qualche «panorama mozzafiato» congeniale alla diretta televisiva e il gioco è fatto. In fondo i turisti sono mossi dalla réclame. Se in Sardegna si affollano nei pressi del Billionaire e non sanno nulla di cosa c'è a poche decine di chilometri una ragione ci sarà. E qual è? Sta dentro la insufficiente visione dei beni culturali che nonostante mezzo secolo di studi sulla complessità delle trame paesaggistiche, continua a produrre equivoci destinati a crescere. Ancora non si è capito che il flusso turistico resiste nelle condizioni dove le comunità locali vivono felicemente tutto l'anno, amano i paesaggi che li accolgono. È evidente che molte, troppe mutazioni avvenute non hanno fatto bene alla Sardegna. È il caso delle fabbriche che hanno sfasciato pezzi di Sardegna e ora sono chiuse. La lezione di molte sconfitte non è servita a capire che solo i programmi di manutenzione del territorio e di valorizzazione dei saperi locali, non la chimica o il nucleare, potranno aiutarci ad uscire da una condizione di sofferenza che persiste. E il «piano casa» approvato dalla maggioranza di centro destra che governa in Sardegna? Parla all'individualismo proprietario e punta a cancellare il piano paesaggistico della giunta Soru. Quel piano non sottraeva la Sardegna al mercato, quello turistico nel caso. Rifiutava l'idea di sottomissione all'ordine mondiale, adottando gli standard della ricettività globale. Sosteneva che ogni paese esistente, con pochi adattamenti, può servire egregiamente all'accoglienza, tanto più conservando gelosamente e orgogliosamente il proprio stile di vita. Questa però è una prospettiva difficile da assumere in una grave condizione di disagio economico. Ogni progetto che riguarda i beni comuni comporta inclusioni e esclusioni, adesioni e defezioni. E l'uso del plurale non è mai scontato, il noi non è detto che coincida con tutti. E il riconoscimento e la salvaguardia di un prezioso habitat si fa tanto più difficile quanto più articolato è il gruppo di riferimento, che spesso si scompagina di fronte ad allettanti offerte. Questo accade quando parte della società, ed è il caso della Sardegna più povera, ha ben altro a cui badare, come la propria sopravvivenza in drammatici momenti di crisi. Se una popolazione è in ginocchio è disposta a tutto. La domanda è: a chi conviene che stia in ginocchio?
PAESAGGI PERDUTI - Dietro le foto patinate di un mondo fantastico si cela il saccheggio
Il libro "La Sardegna brutta" di Sandro Roggio racconta la realtà della Sardegna non come un luogo di bellezza e vacanza, ma come un territorio con problemi e sfide. Il libro esplora come la Sardegna sia stata trasformata negli ultimi anni, con la perdita di paesaggi naturali e la creazione di zone urbane e industriali. Roggio critica il modo in cui la Sardegna è presentata ai turisti, che si concentra sui paesaggi belli e dimentica le aree degradate. Il libro anche affronta il tema del turismo e come esso possa essere un fattore di degrado per il territorio.
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