Caro Granzotto, ha letto la sorprendente notizia che riguarda l'obelisco di Axum? Smontato nell'estate di due anni fa è ancora sul suolo italiano, custodito nel cortile di una caserma della polizia. Ma allora, tutto ciò che lei chiama rl'"ambaradam" che si fece allora era, come diciamo noi napoletani, "ammuina"? Vittorio De Cesare e-mail Secondo me, caro De Cesare, la notizia sorprendente è un'altra. Che a due anni dal suo smantellamento il manufatto etiope giaccia tuttora in Italia è cosa, se mi permette, d'ordinaria amministrazione. Non siamo mai stati dei fulmini di guerra, in simili faccende: tra la posa di una anche metaforica prima pietra e il completamento di un'opera o di un impegno, campa cavallo. Nel caso specifico, poi, Addis Abeba non ha mai premuto per rientrare in possesso dell'obelisco, del quale non sa cosa farsene. Ne dispone infarti d'una quarantina di simili se non più pregevoli, metà dei quali frantumati in terra nell'indifferenza generale. La riconsegna di quello detto di Axum era solo una questione di principio e le questioni di principio si placano principalmente con le (belle) parole. Nel 1997 l'allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro (e chi altri sennò?) disse occhei all'ennesima richiesta di restituzione e a quell'occhei Addis Abeba si dichiarò soddisfatta. Fu la colonia etiope di stanza a Roma e che si diceva profondissimamente offesa, transitando per Porta Cavalleggeri, nel vedere ancor lì il simbolo dell'infame colonialismo fascista, a dire, in pratica, che il governo italiano doveva darsi una mossa. E se la diede, cominciando col tirar giù quell'insulso pilastro dall'aspetto, oltretutto, jettatorio (questo a mio personale giudizio: altri sostengono che trattasi di mirabilissimo capolavoro artistico. Boh). Una volta tirato giù, tutti felici e contenti, Oscar, la colonia etiope e mister Girma Wolde-Giyorgis Lucha, presidente della Repubblica democratica federale di Etiopia-. Quello che sorprende, caro De Cesare, non è dunque il solito tran tran, ma che per ricollocare quella roba là dove la prendemmo nel '35 in veste di «prede di guerra» occorre sborsare dieci milioni di euro che se ricordo bene significano venti miliardi delle vecchie lire. Ora, va bene che il miliardo o il suo equivalente eurolandico è da tempo l'unità di misura monetaria anche per l'ultimo degli impiegati, ma resta pur sempre una bella cifra. Venti, poi, diventano una cifraria. Mi rendo conto che spostare da un continente all'altro blocchi di cinquanta-settanta tonnellate non è una faccenda da poco, ma venti miliardi? Dicono che ci sono solo due aerei in grado di effettuare quel tipo di spedizione, l'americano Galaxy e il russo Antonov ed entrambi ad affittarli costano un occhio della testa. Sì, certo, ma venti miliardi? Senza dire che quando ce lo cuccammo noi, l'obelisco di Axum, mica lo portammo a Roma a bordo di un Savoia Marchetti, ma imbarcato su una nave mercantile. Non si potrebbe fare altrettanto per il viaggio di ritorno? Sbaglierò, ma credo che l'esorbitante importo del trasloco sia dovuto al fatto che ad esso stando mettendo mano tre ministeri. Mentre lo sa anche un bambino che chi fa da sé fa per tre. E allora lancio una proposta: perché i ministeri non si ritirano in buon ordine affidando il tutto ad una ditta specializzata in simili incombenze? Sono certo, mi ci mangio un gatto, che con meno della metà dei 20 miliardi preventivati, quelli ti imballano, trasportano e consegnano l'obelisco di Axum fin sotto casa del destinatario (sempre lui, mister Girma Wolde-Giyorgis Lucha).
L'epopea senza fine dell'obelisco di Axum
L'obelisco di Axum, smontato dall'Italia nel 1935, è ancora in Italia e non è stato restituito all'Etiopia. Il governo italiano ha richiesto 20 miliardi di euro per il trasporto e l'imbarco dell'obelisco, che pesa 50-70 tonnellate. Il costo è stato calcolato per due aerei, l'americano Galaxy e il russo Antonov, che costano un occhio della testa. Il governo italiano ha proposto di affidare il trasporto ad una ditta specializzata, che potrebbe farlo con meno del 20% del costo previsto. L'obelisco è stato smontato e custodito in un cortile di una caserma della polizia a Roma.
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