GIULIANO URBANI Lo Stato manterrà il controllo sugli organi di gestione senza rinunciare alle prerogative decisionali e di tutela IMPRESA e CULTURA Per favorire la collaborazione tra aziende e cultura come scelta strategica e leva competitiva per le imprese italiane l'Associazione Sistema impresa Cultura ha bandito il Premio Impresa e Cultura, partecipato da Il Sole-24 Ore, giunto quest'anno alla sua ottava edizione. Un concorso nazionale che vuole incoraggiare e promuovere le partership più efficaci. La partecipazione al concorso è gratuita. Il termine per candidarsi è il 24 settembre 2004. Informazioni sul sito www.impresacultura.com oppure presso Bondardo Comunicazione 02-29005700. ROMA Più sprint alle Fondazioni, maggior raggio d'azione ai concessionari, un quadro chiaro del regime delle sponsorizzazioni: sono le carte che il ministro dei Beni culturali, Giuliano Urbani, intende giocare per incentivare il ruolo dei privati nella valorizzazione dei monumenti. Carte di nuovo conio, inserite nel Codice dei beni culturali, che ha debuttato il primo maggio scorso. Di Fondazioni si parla da tempo, in particolare di quella che dovrebbe gestire il Museo Egizio di Torino. Che però non è ancora operativa. Quando lo sarà? Subito dopo l'estate. E dopo? Poi nascerà quella per il Museo delle navi antiche a Pisa. Stiamo, inoltre, studiando l'istituzione di Fondazioni per gestire altre realtà. Ce lo consente il Codice, che ha fatto chiarezza sul rapporto tra tutela, valorizzazione e gestione dei beni. La riforma ha, infatti, stabilito una gerarchia funzionale e ha precisato che la gestione può essere fatta da chiunque, ma compatibilmente con la valorizzazione. Quest'ultima, poi, può essere affidata a tutti, ma deve essere compatibile con la tutela. Dunque, la tutela viene prima di tutto. E rimane compito esclusivo dello Stato? Sì. Tutti i soggetti interessati alla gestione o alla valorizzazione saranno sottoposti al controllo esercitato per lo Stato dalle Soprintendenze. Si tratta di un risultato fondamentale per le Fondazioni, che prima del Codice erano bloccate dall'incognita circa il rapporto tra i privati e le Soprintendenze. Perché questo tipo di Fondazioni sono organismi misti, pubblico-privato... È così. Lo Stato, però, non rinuncia alle proprie prerogative, sia di tutela sia decisionali. Su alcune questioni è, infatti, necessario il via libera dei rappresentanti del ministero, che sono il presidente e il direttore della Fondazione, persone scelte con il voto determinante del soprintendente. Il Codice ha ampliato il ventaglio dei servizi museali da affidare in concessione anche ai privati. La novità è che ora si parla di concessione dell'intero bene, non più di singoli servizi. E, dunque, possibile che gli Uffizi siano gestiti da una società esterna? L'esempio degli Uffizi è poco calzante, visto che si tratta di un monumento nazionale di tale portata. In prospettiva, però, non mi sento neanche di escludere che ciò possa accadere. Di sicuro le sperimentazioni non saranno fatte lì. Pure in questo caso il Codice ha risposto alla domanda: quali sono gli spazi di manovra dei concessionari? Tutto dipende da quanto viene scritto nel contratto di concessione. Senza dimenticare che anche quando gli spazi d'azione sono estesi, il privato è comunque sottoposto alla vigilanza della Soprintendenza. Estesi quanto? Si può pensare alla gestione dell'intero museo? Certo. È l'ipotesi del global service. Compreso il personale? Certo. Può trattarsi di personale assunto direttamente dal concessionario o di quello in forza all'amministrazione, che, messo davanti alla scelta se rimanere nello Stato o passare al concessionario, può scegliere. Quali sono i monumenti dove si può sperimentare la concessione allargata? Più facile farlo nei musei di arte contemporanea. Più difficile nei siti archelogici. Non ne farei, tuttavia, una questione di tipologia del bene, ma di natura del contratto di concessione. In ogni caso, non mi aspetto file di privati: se ne presenterà uno, al massimo due, per museo. Questione di profitti? Di guadagni diretti certo non ce ne sono. Ci possono invece essere profitti indiretti, legati al prestigio e alla notorietà che può derivare dalla gestione di un museo. Si allarga il campo d'azione dei privati, ma intanto quelli che già ci sono fuggono? Come mai? I privati che erano entrati con la prospettiva del business, sono indotti ad andarsene da un'esperienza negativa: il business, intatti, non c'è. Non è casuale che per ora lavoriamo con le Fondazioni, le quali non si pongono il problema del profitto. I gestori privati contestano la scarsa flessibilità dei contratti. Bussano alla porta del ministro, che non li riceve. Non devono venire a bussare da me. Devono, invece, poter dialogare bene con i soprintendenti. In questo senso, il nuovo dipartimento dell'innovazione del ministero cercherà di fornire anche ai soprintendenti la cultura della gestione. Pure i privati, però, dovranno crescere e sforzarsi di allestire servizi per realtà molto particolari come i musei. Qual è la soluzione? Per esempio, nel settore del merchandising è necessario studiare prodotti di altissima qualità. Il modello è quello francese, con le boutique dei musei, sorte nelle città storiche: lì si possono acquistare i prodotti d'arte, prenotare le visite e anche gli alberghi, avere informazioni sui ristoranti. Le erogazioni liberali, nonostante la possibilità di dedurle interamente dal reddito d'impresa, sono state assai contenute... È la legge che ha previsto quel meccanismo a lasciare un po' perplessi. La vera innovazione sono le forme di tax shelter. C'è una scarsa propensione dei privati a investire nell'arte? No. Credo sia piuttosto un fatto di calcol fiscale oltre che una scarsa propensione a "mostrarsi". Non si vuoldire al Fisco: "vedi, sono capace di spendere questi soldi". È un atteggiamento che ha ancora il suo peso.