17 LUG 2004 GAZZETTA DEL SUD Cosenza Inaugurata dal sottosegretario Bono una mostra su storia e tradizioni degli italo-albanesi «Guai a quei popoli che recidono le proprie radici», ha ammonito il Pontefice, tempo fa. È con questo spirito che nasce la mostra «Arbereshe. La cultura di un popolo tra storia e tradizioni. Appunti di un viaggio», inaugurata avant'ieri nella Biblioteca nazionale alla presenza, del sottosegretario del Ministero dei beni culturali Nicola Bono. Documenti e testi, costumi e pannelli esplicativi sono stati esposti nella sala Giacomantonio. La minoranza italo-albanese è presente in sette regioni italiane ed è ovunque riconoscibile attraverso i suoi usi ed i suoi costumi. «È questa la prima tappa di un progetto - ha affermato la Direttrice della Biblioteca Elvira Oraziani - che tende alla rivisitazione delle civiltà che hanno lasciato le terre d'origine e si sono stanziate da noi». L'iniziativa proseguirà ed è intenzione degli organizzatori riscoprire culture di altri popoli, che hanno trovato, da noi, un luogo per rinnovare le proprie tradizioni. Tutto ciò avverrà perché, come ha detto il Direttore generale Francesco Sicilia, «conoscere significa accettare e capire l'altro», laddove capire è più che accettare e accettare è più che tollerare. Ma valorizzando le diversità. Le differenze sono una ricchezza della civiltà, l'uniformità è la sua tomba». Pierfranco Bruni, Coordinatore scientifico, ha sottolineatol'importanza del concetto di Tradizione, principio universale, da cui discendono le tradizioni, varie e molteplici, al plurale. Ha infine lanciato un preoccupante allarme su un dato che deve far riflettere: «Ogni quindici giorni - ha detto - nel mondo, muore una lingua, portandosi via la propria cultura». Proprio una rettificazione linguistica ha introdotto la relazione del presidente del Comitato nazionale, Fortunato Aloi. E gli ha infatti consigliato di parlare di «presenze etnico-linguistiche, non di minoranze», evidentemente dando a questo termine un significato negativo che non possiede. Potrà andar bene chiamarle «presenze minoritarie». Aloi ha auspicato che la politica non dimentichi l'importanza delle radici perché chi lo fa «naviga a vista e si imbatte negli scogli». E gli scogli, oggigiorno, si chiamano: massificazione, uniformità, sradicamento. Unici simboli dì una società atomizzata. Chi non ha memorie non ha futuro e chi non sa da dove viene, difficilmente saprà mai dove andare. Purtroppo però, non sono pochi coloro che, dimentichi delle proprie origini, hanno bruciato i ponti alle proprie spalle. Sono i nuovi barbari dei nostri tempi. Se patria vuoi dire «terra dei padri», numerosi sono gli apolidi, tantissimi gli orfani. Tra i rappresentanti della comunità italo-albanese, c'è, pochi lo sanno, Francesco Crispi, che il sottosegretario Bono ha ricordato come fervente patriota, al di là di un'ingenerosa storiografia che ne mette in luce gli errori politici, ma non il valore morale. «Non bisogna giudicare una civiltà - ha concluso Bono - soltanto dal numero delle chiese presenti nel suo territorio. Esistono anche le tradizioni popolari: aspetti della vita unici ed irripetibili». Anche l'Unesco sembra essere d'accordo: opererà infatti, lo ha annunciato proprio Bono, una valutazione del «patrimonio immateriale» di tutti i paesi. E nel patrimonio immateriale c'è soprattutto la coscienza del proprio passato.