OMERO, IL BUROCRATE E LIDENTITÀ SICILIANA Troppo aulica la traduzione di Pindemonte, equivoca quella di Privitera, ostica quella siciliana della Gazzarra: e alla fine il Capo Supremo si oppose Pensò, ripensò e infine trovò. Sulla carta intestata della kora Sikeliana, direzione generale dei Bb. Cc. e I. S., decise di aggiungere alcuni versi di un antico poema che cantava le disavventure gloriose di un eroe Nessuno. Consultò tutte le traduzioni che riuscì a trovare e avidamente le sfogliò. E allo stremo delle forze infine trovò quello che cercava. Parole taglienti come lame, perentorie come minacce: «Forestieri, chi siete? E da quai lidi prendeste a frequentar lumide strade? Siete voi trafficanti? O errando andate come corsari che la vita in forse per danno altrui recar, metton sui flutti?». Si fermò un attimo prima di dare limprimatur. Ma che lingua è, tutte queste parole tronche sanno di stantio. Ippolito Pindemonte, daccordo, tanto di cappello. Ma sei superato, vecchio mio. Cercò ancora alacre. Eccone unaltra: «Stranieri, chi siete? Da dove venite per le liquide vie? Per affari o alla ventura vagate sul mare, come i predoni che vagano rischiando la vita, portando danno agli estranei?». Sontuosa edizione della Fondazione Valla, traduzione di un maestro della lingua, G. Aurelio Privitera. Ma, liquide vie: richiama troppo un acquedotto, a pensar bene; a pensar male, anche la cloaca. Va bene che si tratti di stranieri, ma è meglio non esagerare. Trovò la traduzione, non molto conosciuta, di una brava poetessa, provò a immaginarsela stampata con nitidi caratteri Times New Roman (o meglio gli Arial?): «Forestieri - urlò - chi siete? Da dove, per le salse acque, venite? Girate il mondo per affari, o a caso come i pirati, che qua e là sul mare vagano e a rischio espongono la vita per nuocere alle genti di altre terre?». Si sente la forza suggestiva della poesia che interpreta la poesia; ma poi, se mi chiedono il nome, chi la conosce questa Giovanna Bemporad. Nemmeno io lavevo mai sentita nominare. Uno scrivano zelante suggerì timidamente la traduzione di Rosa Gazzarra Siciliano: «Furisteri, vui cu siti? Di quali puntu du munnu viniti nta lisula pri mari navigannu? Forse pri qualchi affari? O la vintura pi cca e pi dda pi mari annati errannu come pirati channu sorti dura e chi mettuna rischiu a so vita e fannu dannu a li genti stranieri?». Alle orecchie di Gedós Agrós i versi suonarono come un canto di seduzione, la lingua dei padri e delle madri, dei cugini e dei nipoti, dei cumpari e cumpareddi. Ma il dubbio lo paralizzò. E se il postulante non di madrelingua non capisce neppure quel che intimo e minaccio, che cosa abbiamo concluso? No, non va. Ricordava che a scuola, nel secolo passato, aveva studiato certi brani scelti tradotti da una signora che aveva tanti nomi, almeno due, Calzetta Onestano, accidenti; ecco, Calzecchi Onesti Rosa. Ma nessuno riuscì a trovare quella versione. Scartò anche la traduzione in forma di romanzo di una certa Maria Grazia Ciani. Non lo soddisfece, gli mancava la cadenza dellesametro dattilico catalettico. Basta. Si stampi la versione Privitera. Qualcuno gli ricordò che per cambiare le formule sacramentali di una carta ufficiale della kora Sikeliana bisognava chiedere lautorizzazione. Giusto, rispose. La chiedo subito e siccome io sono il capo la chiedo a me stesso: autorizzazione concessa. La faccenda si complicò quando un altro obiettò che a pronunciare quei versi era il Ciclope cannibale. Voleva lui essere identificato come ciclope cannibale? E perché no? Fu il suo primo pensiero, ma il secondo immediatamente suggerì no, non poteva. Ma non voleva rinunciare allimpatto shock e si mise a cercare altri versi e ne trovò con Achei, Agamennone Atride, Odisseo Nessuno. Inserisci qua, depenna là: il risultato gli sembrò soddisfacente. Infine, anche Polifemo il Ciclope era un vero siciliano. Ordinò limprimatur e la carta in tal modo intestata cominciò a circolare. Purtroppo il brandello di manoscritto pervenuto fino a noi manca della scelta definitiva. Solo i primi versi citati vi compaiono, gli altri sono rimasti in un lembo di foglio consunto dal tempo o dalle tarme. O stracciato da qualche indispettito e trasecolato sottoposto, sulla cui scrivania piombò il primo ordine di servizio intestato Omero, che annunciava novità. E si sa quanto panico creino, fra le gerarchie burocratiche, le novità imprecisate. Tuttavia, la trovata non era piaciuta al Capo Supremo pastore di genti, o al suo onnipotente Aiutante in Prima, uno col cognome che sembra un passato remoto, mai lui remoto non è affatto, tuttaltro. E la carta intestata del Direttore Generale BB. CC e I. S. perse tutti gli esametri dattilici catalettici.
SICILIA - Il tentativo, abortito, di evocare lOdissea nella carta intestata dei Beni culturali
Il Direttore Generale della kora Sikeliana, un ufficio burocratico, cercava una traduzione di un antico poema che cantava le disavventure di un eroe. Consultò diverse traduzioni, ma non trovò quella che cercava. Infine, decise di stampare la traduzione di G. Aurelio Privitera, ma prima dovette ottenere l'autorizzazione del Capo Supremo. La traduzione fu stampata, ma il Capo Supremo non fu soddisfatto e la carta intestata fu ritirata. Il poema originale è stato perso, ma alcuni versi sono stati ritrovati in un lembo di manoscritto. La storia è stata raccontata in modo ironico e satirico, criticando la burocrazia e la mancanza di creatività.
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