All'Accademia di San Luca a Roma, oggi si presenta un libro che è anche atto d'amore, e parla di due uomini che furono grandissimi, ai quali si deve il primato italiano nel campo dcl restauro: ne racconta le vite, ciò che li univa, e ciò che li ha divisi nella scienza. Il primo è famoso in tutto il mondo, il suo trattato fondamentale è tradotto in ben 15 lingue: nel 1939, Cesare Brandi (1906-88) fonda, con Giulio Carlo Argan, l'Istituto centrale del Restauro; il secondo gli succede, e lascia studi non meno rilevanti: la tragedia dell'alluvione di Firenze nel 1966, suggerisce a Giovanni Urbani (1925-94) la conservazione programmata dei tesori d'arte e cultura nella Penisola, ma il progetto pilota, che riguarda l'Umbria (1976), rimarrà inapplicato; oggi, il suo lavoro è stato «rimosso», «fatto cadere nel nulla», e molti progetti «gettati al vento». Lo racconta Bruno Zanardi: un restauratore che ha conosciuto entrambi e a cui Urbani ha lasciato la biblioteca: ha lavorato a Roma sulla Colonna Traiana, a Santa Maria Maggiore e al Sancta Sanctorum, ad Assisi, Parma, Venezia, e altrove; del libro (Il restauro. Giovanni Urbani e Cesare Brandi, due teorie a confronto, Skira), discuteranno Salvatore Settis (sua la prefazione), Raffaele La Capria (amico di Urbani) e Tomaso Montanari. I tempi non sono più quelli. E nemmeno l'istituto: per anni ha perfino chiuso la sua celebre scuola, la più appetita ed invidiata al mondo; ora forse riaprirà: ma intanto, è stata anche sfrattata dalla sede. Del resto «viviamo una stagione di crollo verticale (e trasversale) dell'attenzione per i temi della tutela dei beni culturali», scrive Settis. Ma la sapienza italiana nel restauro continua a sfolgorare: dalla Cina all'Iran, India, Egitto, Israele; è un prodotto tra i migliori dcl nostro export. Lo si deve soprattutto ai due protagonisti narrati da Zanardi, e a molti venuti dopo di loro, ad esempio Michele Cordaro: un mondo che non c'è più. Il libro racconta i trionfi dell'istituto (il restauro della Maestà di Duccio a Siena) e le difficoltà (l'affossamento del piano per l'Umbria); le differenze, non solo teoriche, tra Brandi e Urbani; delinea scenari che si sarebbero potuti realizzare: vere occasioni mancate. Fin dal suo sorgere, Urbani teme che il Ministero privilegi il coté burocratico rispetto a quello scientifico (e non aveva torto); in due testimonianze, anche Giorgio Agamben e La Capria ne raccontano le disillusìoni; Zanardi ne esalta le differenze con l'antico maestro Brandi; sullo sfondo, tanti nomi famosi: da Licia Vlad Borrelli, ai coniugi Mora cui si devono mille restauri (la tomba egizia di Nefertari). Sono (Settis) «pagine dense e documentate», formulazioni di due protagonisti «complementari tra loro». Per chi intenda dedicarsi al restauro, ma anche per chi voglia solo sapere di più su una innegabile gloria nazionale, e sull'arte.