L'ultima minaccia è rientrata, per quest'anno niente tagli allo spettacolo. Eppure le proteste continuano, perché il futuro è sempre appeso alla stessa domanda: per chi ci governa, la cultura è una zavorra da trascinare faticosamente, un buco nelle tasche pubbliche, oppure è una fonte di crescita e di ricchezza? «Siamo stanchi di chiedere, stanchi di mendicare», dice vigorosamente il maestro Riccardo Muti dal palcoscenico degli Arcimboldi, e il suo appello è già una sconsolante risposta. A orchestre e biblioteche, a teatri e musei, alla ricerca e al cinema, vanno da sempre (e sempre di più) pochi spiccioli, un obolo per zittire i questuanti: lo 0,39 per cento appena del bilancio statale (il Portogallo destina alla cultura lo 0,9, la Francia l'I, la Germania l'l,35). E poi, la politica delle esenzioni fiscali per i "mecenati" dell'arte è fallita, le sponsorizzazioni diminuiscono, le province e i comuni decurtati tagliano a loro volta (quasi metà dei musei, dei teatri e delle biblioteche appartengono agli enti locali). Dice Gianni Borgna, da undici anni assessore alla cultura a Roma, che «questo ultimo anno è stato il peggiore sotto l'aspetto dei tagli ai comuni». Se davvero valessero le famose leggi del libero mercato, questo sarebbe, al contrario, il momento di investire. La domanda di cultura è in netto aumento, non altrettanto le risorse destinate a esaudirla. Nel 2003 la spesa delle famiglie per mostre e spettacoli è cresciuta del 2,1 per cento, e il turismo culturale da solo contribuisce al Pii per l'I,3. Settori decisivi, per prestigio e per propulsione economica, che sono però «costretti a lavorare senza scialo», per usare l'eufemismo del ministro Giuliano Urbani. E non è solo questione di risorse in continua contrazione: manca più che mai la cosiddetta volontà politica, è intorno a questo che si mobilitano amministratori e sindacati, artisti e produttori. «Il problema non sono i soldi», dice a "L'espresso" il sovrintendente del Teatro alla Scala Carlo Fontana. «Il problema, ormai perentorio, è il rapporto tra lo Stato e il mondo della cultura e dello spettacolo. Questo Stato vuole che vivano, sì o no? Se sì, rispetti gli impegni. Se no, studi interventi sostitutivi. Altrimenti sarà presto la fine di tutto». Se non sarà addirittura il genocidio culturale, come profetizza con qualche catastrofismo il regista Citto Maselli, sarà comunque una infinita e mortificante emergenza. La scorsa estate la Francia dei festival si fermò per lo sciopero degli intermittents, i precari dello spettacolo. Quest'estate è l'Italia dello spettacolo e della cultura a sentirsi ugualmente precaria, e a protestare. Parlano chiaro alti funzionati e artisti di lungo corso: «Ci danno molte pacche sulle spalle, poi privilegiano altri settori» dice il presidente dell'Agis Alberto Francesconi, mentre per il regista Maurizio Scaparro «è un problema antico, alla cultura andava sempre il ministro che contava meno; e non dimentichiamo che il ministero del Turismo e spettacolo è stato abolito con un referendum: poveri italiani, non sapevano quel che facevano...». Parlano chiarissimo, e per una volta all'unisono, produttori e sindacati: per Aurelio De Laurentiis «tagliare i fondi sarebbe un suicidio, quello che lo Stato destina al settore è già ridicolo», mentre i lavoratori contestano anche la "delega previdenziale" che innalza a 65 anni l'età pensionabile per tutti, ballerini compresi. E il pubblico? Più che parlare, le canta chiare. Letteralmente. "Oh, mia patria sì bella e perduta..." : sabato 10 luglio, al teatro degli Arcimboldi a Milano, l'intera sala ha cantato in coro il Va' pensiero. Quasi un inno di popolo, come ai tempi di Verdi, per difendere la patria da se stessa e non dallo straniero. È stato il gran finale del concerto straordinario con orchestra e coro della Scala, promosso dai sindacati una volta tanto concordi, contro i minacciati tagli al Fondo unico dello spettacolo, 611 milioni di euro da suddividere quest'anno fra lirica, prosa, musica, cinema, danza, circo. I tagli, per la verità, erano stati esclusi proprio il giorno prima. Nel Consiglio del ministri di venerdì 9, la prevista riduzione (20 percento nel 2004 e40 nel2005) era stata stralciata dalla manovra, almeno per l'armo in corso, poi si vedrà. E la mancanza di un orizzonte finanziario certo, per enti che devono programmare con anni di anticipo, è già di per sé un nodo scorsoio. Così, il parziale lieto fine non ha oscurato la mobilitazione, e tantomeno le sue ragioni. Muti, che non è solitamente un Masaniello, ha entusiasmato la platea riassumendo la questione: «La cultura è un dovere dello Stato e un diritto dei cittadini, i governi devono prendersene cura». Contemporaneamente, si riunivano in assemblea i lavoratori del Maggio Musicale Fiorentino. Per il sovrintendente Giorgio Van Straten «sul punto di crisi ci siamo già. Tutte le 13 fondazioni lirico-sinfoniche, gli ex enti lirici, hanno il bilancio in sofferenza». Scala, Arena di Verona, Opera di Roma, Massimo di Palermo, Maggio Musicale Fiorentino, San Carlo di Napoli, Regio di Torino, Fenice di Venezia e le altre fondazioni liriche assorbono quasi la metà del Fondo unico per lo spettacolo. A loro volta (dati 2002) i fondi statali coprono il 51 per cento delle spese delle fondazioni, l'intervento pubblico nel suo complesso circa il 68. E i privati, previsto o presunto toccasana? Nuove regole ne facilitano l'ingresso nei consigli d'amministrazione. Ma il deficit complessivo del settore rimane a 36 milioni di euro e a nome di tutti il sovrintendente torinese Walter Vergnano denuncia che «stiamo vivendo un periodo di difficoltà che non ha riscontro nel passato» e ogni ulteriore taglio «sarebbe la morte». Da Milano, Carlo Fontana dice che «in valori assoluti il Fondo Da sinistra in senso orario: Riccardo Muti; il teatro regio di Torino; la Fenice di Venezia; il teatro Massimo di Palermo. Sotto: il ministro Giuliano Urbani unico per lo spettacolo, ha perso il 30 per cento da quando è stato istituito vent'anni fa a oggi», che «ottime leggi come la legge Melandri sulla defiscalizzazione vengono poco usate», e che occorre valutare cosa ha funzionato e cosa no nella riforma degli enti lirici: «Ma, all'italiana, nessuno si pone il problema». Da Firenze, Giorgio Van Straten spiega che il costo per il personale incide sul bilancio per il 65 per cento: «In caso di ulteriori tagli, o licenzi oppure limiti l'attività, riducendoti a una macchina per produrre stipendi e non cultura. Le fondazioni vengono trattate come imprese solo quando si parla di bilanci, profitti, efficienza. Però risentono di pastoie burocratiche tutt'altro che privatistiche, e soprattutto non possono usare mobilità, cassa integrazione, prepensionamenti, al pari di altre imprese in crisi». Il pubblico del cinema è cresciuto del 15 per cento in un anno, ma il presidente dell'Unione produttori De Laurentiis è costretto a ripetere: «Chi ci governa non ha capito che il cinema è il miglior ambasciatore del made in Italy nel mondo e che dunque il rilancio dell'economia passa anche attraverso i nostri film». La vertenza dei 200 mila lavoratori dello spettacolo, aperta in febbraio, ridiscute i criteri di assegnazione dei fondi ma soprattutto il ruolo di cinema co «nella sfida globale». Enzo Gentile vicepresidente Agis parla di precarietà permanente: «Ho già scritto al ministro per sapere che sarà di noi nel 2005». Eppure tutti concordano che il futuro dello spettacolo si gioca nei comuni e soprattutto nelle regioni: di devolution si è parlato a Bologna proprio venerdì 9, mentre il governo scongiurava in extremis i tagli al Fus. Più che alla contabilità e alle alchimie politico-geografiche, però, le sorti della cultura italiana sono legate al buonsenso: come ama dire Scaparro, la cultura costa, ma l'ignoranza costa ancora di più. C'è anche un caso in cui la cultura, al pari di una malattia infrequente e quasi voluttuaria, rischia di essere sottoposta a ticket. Contro lo spettro del prestito a pagamento nelle 12 mila biblioteche pubbliche italiane si sono mobilitati lettori e bibliotecari, e anche il ministro Giuliano Urbani ha proclamato sui giornali: «Mai e poi mai». Il governo però non è ancora intervenuto nell'ingarbugliata vicenda. La minaccia parte da una direttiva europea dell'ormai remoto 1992: stabiliva che autori e editori vanno pagati ogni volta che in biblioteca si prende in prestito un libro. L'Italia recepì con una macroscopica scappatoia, cioè includendo nelle eccezioni previste quasi tutte le biblioteche pubbliche. A seguire, prevedibilmente, un primo warning della Commissione nel 2002 e un sollecito rimasto inevaso nel gennaio di quest'anno: e così, si finirà davanti alla Corte di giustizia europea. Prima domanda: quanto costerebbe il ticket sui libri in prestito? Secondo Gabriele Mazzitelli dell'Associazione Italiana Biblioteche, l'onere complessivo può essere valutato in 5 milioni di euro annui. Seconda domanda: chi dovrebbe pagarlo? L'utente, le singole biblioteche o un fondo statale (cioè sempre l'utenza)? Le notizie aggiornate sul sito www.nopago.org, dove si può aderire alla campagna contro il prestito a pagamento.