Se Taranto piange Bari non se la passa certo bene, dopo il flop del concorso internazionale per il Museo archeologico di Santa Scolastica e dopo le decisioni della nuova amministrazione provinciale di andare comunque avanti con un progetto più «casalingo» firmato dalla Direzione regionale dei beni culturali. Se ne discuterà oggi al palazzo Ateneo (ore 9, Salone degli Affreschi) in una tavola rotonda organizzata da Luigi Todisco, direttore della Scuola di specializzazione in Beni archeologici dell'università di Bari. Professor Todisco, perché questa convocazione degli stati generali dell'archeologia pugliese? «Sulla stampa, per bocca dell'assessore provinciale alla Cultura Nuccio Altieri, sono apparse notizie in merito ad una collaborazione tra l'Università, la Direzione regionale dei Beni culturali e la Provincia per gli scavi da effettuare a San Pietro e per la realizzazione del Museo Archeologico a Santa Scolastica. A fronte ditale dichiarazione non ha fatto seguito, finora, alcun coinvolgimento dei miei colleghi archeologi, né dell'università, nella figura del rettore, mai di fatto interpellato. L'università è stata chiamata in causa e quindi è necessario chiarire con quali criteri deve essere avviata una collaborazione. Noi siamo disponibili e abbiamo chiamato addetti ai lavori e interlocutori istituzionali: lo stesso assessore Altieri, che però non ha risposto all'invito, Clara Gelao, direttore reggente del Museo Archeologico, Ruggero Martines per la Direzione regionale, Teresa Cinquantaquattro, soprintendente archeologico della Puglia, i rappresentanti delle amministrazioni, regionale, Gianfranco Viesti, e comunale, Gianluca Paparesta». Esprimerete perplessità o indicherete possibili soluzioni? «Qualche paura c'è visto che, sempre a mezzo stampa, abbiamo appreso che il nuovo progetto per Santa Scolastica ipotizza che la struttura diventi un contenitore per materiali eterogenei, sia per l'antico sia per il contemporaneo. Destinazione che lascia perplessi, e soprattutto disattende gli accordi siglati tra Provincia e Università, che prevedevano, dopo la chiusura del museo, il trasferimento della collezione a Santa Scolastica, trasformata in Museo Archeologico provinciale. Noi siamo pronti a partecipare ad un progetto scientifico condiviso nel rispetto delle competenze, quelle della Soprintendenza archeologica, che è già stata a contatto con questi materiali, e dell'università». Ma dopo la bocciatura del progetto vincitore del concorso, di quale progetto parliamo? Di una semplice ripulitura degli ambienti, di un progetto fatto in casa , o del progetto che si è sempre voluto e che viene finalmente alla luce? «Anche a questo riguardo sarebbe auspicabile una delucidazione da parte della Provincia e della Direzione regionale dei Beni culturali. Per nostro conto il Museo Archelogico non si può realizzare senza un progetto che prima di ogni altra cosa consideri i contenuti del museo. Dopo 15 anni di chiusura non è pensabile affrettarsi, o accontentarsi di un museo improvvisato con una semplice rimessa in sesto degli ambienti che devono accogliere i reperti. Io non condivido questa strada. Bari non deve avere a tutti i costi un museo, ma deve ottenere un moderno e funzionale Museo Archeologico con spazi adeguati e con un allestimento all'altezza del caso». Cosa proporrete concretamente? «Una delle prime cose da valutare, paradossalmente, non è l'esposizione ma la conservazione, perché la razionale organizzazione dei depositi permette un agile funzionamento delle esposizioni grazie a rotazioni e aggiornamenti continui dei materiali. E poi c'è un altro dato: a Bari abbiamo una quantità di reperti archeologici di estremo valore che vengono fuori dalla città vecchia e che ne disegnano l'identità dei secoli scorsi. Cosa dobbiamo farne? Dobbiamo renderli indisponibii? O invece dobbiamo pensare al futuro Museo Archeologico anche come museo della città? Cerchiamo perlomeno di evitare esiti devastanti, per esempio un museo che raccolga tutto o che sia solo al servizio dei croceristi in transito nella città. Capiamo l'obiettivo politico, ma non bisogna perdere di vista quello culturale».