L'annuncio dei tagli, che in prospettiva dovrà subire il Pus (Fondo unico dello spettacolo), si sarà notata la differente reazione delle varie categorie beneficiane delle provvidenze previste dalla legge. A reagire in maniera più decisa, sono stati gli enti lirici, reazione culminata col concerto di protesta, diretto da Riccardo Muti; mentre le categorie che fanno capo al cinema, sono rimaste pressoché silenti. Cosa significa questo atteggiamento? Che il cinema italiano non ha problemi? Che l'ammontare del Pus è un problema che non lo riguarda? Lo riguarda, eccome! Senonché gli arriva in seconda istanza. Allo stato attuale delle cose, infatti, il problema prioritario del cinema, per garantirsi la sopravvivenza, non è il sapere di quanto gli verrà tagliata la porzione del Pus, bensì quando a tale porzione, quale che sia la sua consistenza, sarà possibile attingere, visto che al momento non c'è un soldo in cassa e chi ha già acquisito il diritto di attingervi e ne ha necessità, per iniziare il film progettato, è costretto a un'attesa che non si sa quanto durerà. Di conseguenza il cinema italiano attualmente è fermo. Produce soltanto chi può fare a meno del Pus, perché è finanziato direttamente da Mediaset o dalla Rai, attraverso le rispettive società cinematografiche (Medusa e OI); oppure lo fa coi soldi propri (ma la seconda soluzione riguarda solo un numero limitatissimo di film, realizzati a costo quanto mai basso). A leggere la stampa di opposizione, le responsabilità di questa situazione drammatica sono tutte attribuibili al governo, equamente divise tra l'ex-superrninistro delle finanze Tremonti e Giuliano Urbani, che ha in dote la cura dei beni culturali. Altrimenti non si spiegherebbero le ragioni di un concerto di protesta, come quello voluto e diretto da Riccardo Muti. Resta però da spiegare il silenzio assai poco "fragoroso" delle categorie cinematografiche, interrotto solo dal convegno del dicembre scorso indetto per la sedicesima volta dalla rivista Gulliver (e per la prima volta privato del contributo ministeriale, che in precedenza gli era stato sempre accordato) , dove però si è parlato di tutto, fuorché della essiccazione del fondo (segno che il bubbone non era ancora scoppiato). In seguito avevamo avuto una lettera aperta, molto accorata, del presidente dell'Anica, il cui titolo suonava "Che ne sarà di noi", della quale avevamo parlato a suo tempo su queste pagine. Ma anche in questo caso il tasto dolente, su cui si batteva, era il ritardo ingiustificabile registrato nella promulgazione dei decreti attuativi, che avrebbero dovuto mettere finalmente in moto gli articoli della nuova legge del cinema. Le responsabilità governative dunque ci sono e dipendono dalla fretta con cui si sono volute rivoluzionare le leggi relative al cinema, l'uso scriteriato dello spoil System che ha portato alla guida dei dipartimenti e degli enti di stato parecchie persone incompetenti, tanto è vero che molte di esse sono state già sostituite da altre. Un ministero responsabile avrebbe dovuto agire in tutt'altro modo: fare l'elenco dei provvedimenti che non avevano sortito i risultati sperati, analizzarne le cause e correggerli. In nessun altro campo, come in quello del cinema, è necessario procedere con cautela: il riformismo deve essere la regola; la rivoluzione fa rima con l'improvvisazione e non può creare che danni. La disseccazione del Pus, per quanto concerne il cinema, è dipesa dall'uso troppo munifico del fondo di garanzia, istituito per anticipare alle società di produzione il 70 dei preventivi dei film che la commissione consultiva dichiarava d'interesse culturale nazionale. La commissione avrà commesso degli errori, largheggiando troppo nell'assegnare la patente di qualità ai progetti che le venivano sottoposti; d'altra parte non era vincolata a numeri fissi, poiché le somme erogate non venivano concesse a fondo perduto, bensì quali anticipi sugli incassi che i film avrebbero riscosso, una volta fatti e entrati in circolazione. Il problema è nato, e le relative polemiche anche, quando si è costatato che gran parte dei film dichiarati d'interesse culturale nazionale non riusciva a recuperare con gli incassi la somma che avrebbe dovuto restituire allo Stato, creando così un buco che nel corso degli anni si è andato sempre più allargando. Ecco scatenarsi su questo intoppo la polemica: lo Stato finanzia i film che il pubblico rifiuta! Una vecchia discussione che risale alla caduta del fascismo, talvolta partendo da posizioni opposte (lo Stato che, attraverso i contributi percentuali sugli incassi, fa piovere sul bagnato, cioè regala soldi a chi si è già arricchito al botteghino, mentre lascia a secco opere d'arte quali Umberto D. di De Sica e il Francesco di Rossellini, film che non hanno avuto la stessa fortuna col pubblico della serie dei Pane e amore... e dei Don Camillo), sempre tagliando gli schieramenti in senso trasversale, cioè indipendèntemente dalle varie colorazioni politiche dei singoli attori (si pensi alla feroce polemica di Ernesto Rossi contro lo "Stato cinematografaro"). D'altra parte, essendo il cinema una industria di prototipi, quindi più di qualsiasi altra in balia degli imprevisti, è impossibile escogitare nei suoi riguardi una legge perfetta. Soprattutto in un paese come l'Italia, dove il gettito del mercato interno non basta a coprire che una percentuale assai bassa dei film prodotti nel corso di un anno. Non bastava nel 1955,quando il numero degli spettatori annuali superava gli 800 milioni, figurarsi ora che il numero supera a stento i 100 milioni! Del resto, non è che gli altri paesi europei, nella loro quasi totalità stanno meglio di noi. Se nel 2003 il cinema italiano nel proprio paese si è ritagliato il 22 del mercato nazionale, il cinema spagnolo ha raggiunto solo il 15,75 del suo mercato, il tedesco il 17,5, il britannico il 18,1, per non parlare dei paesi minori e dei paesi delI'Est, dove, dopo la caduta del Muro (e del cinema di Stato), questa percentuale non riesce a raggiungere le due cifre (tranne che in Polonia conl'11). L'unico paese che si difende meglio, è la Francia che vanta una percentuale del 34,8. Un tempo si rimediava almeno in parte coi proventi dai mercati esteri. Ma oggi, tranne che per i film francesi, questi si sono molto ridotti. I nostri pressoché azzerati. Un esame del nostro cinema, degli aiuti di cui ha bisogno, della direzione che occorre dargli, non può prescindere da questa situazione. Si può concludere che ogni spettatore cinematografico europeo si forma su una cultura dominante, che è quella trasmessagli dal cinema statunitense; in linea subordinata, ma molto subordinata, gli arriva la cultura di quello che ufficialmente passa per essere il proprio paese. Quanto alle culture del resto del mondo, esse hanno un peso infinitesimo sulla sua formazione, che si riduce ancor più in ragione inversa al peso di quella nazionale. Invariato resta comunque il peso dominante della cultura statunitense, del costume statunitense, trasmessi per via fìlmica. È una situazione che prende origine dal primo dopoguerra, dal 1918, quando il cinema non aveva ancora appreso a parlare. Ma si è esasperata a partire dalla fine degli anni '70, quando ebbe inizio il processo di mondializzazione, un processo che solo il cinema statunitense ha saputo cavalcare. Da noi, a causa della deregulation televisivi; che ha reso il mercato italiano teatro delle più bieche i sperimentazioni, il processo ha avuto effetti più disastrasi che altrove, anche perché partivamo da una posizione privilegiata. Non dimentichiamo che nei primi anni '70 il cinema italiano occupava oltre il 50 del nostro mercato ed era il secondo esportatore del mondo, dopo il cinema statunitense. Oggi poi, l'avvento delle nuove tecniche che probabilmente porteranno a una radicale trasformazione del prodotto, la gestione del reparto cinematografico si è fatta ancor più ardua e complessa. Ad averlo capito e ad agire di conseguenza, sembrano per il momento le sole cinematografie dell'Estremo Oriente, Giappone, Cina e Corea, soprattutto la Corea del Sud, che vanta il 5 3 del proprio mercato, le uniche che riescono a concorrere coi prodotti statunitensi. Rimane evidente che i nostri problemi, non li potremo mai risolvere, se non getteremo lo sguardo su quel che accade oltre confine.