TRA le numerose contraddizioni che nel corso dei decenni si sono accumulate nel centro storico di Palermo una, probabilmente, le contiene tutte: il prolungarsi delle politiche di risanamento e di recupero ne ha fatto un palinsesto di diverse metodologie di intervento, tutte parziali e tutte, fatalmente, irrisolte: dagli sventramenti ancora nel dopoguerra, come è successo in via Mongitore, agli edifici moderni spesso fuori scala e indifferenti al contesto degli anni Cinquanta e Sessanta, sino alle ricostruzioni in stile del periodo più recente; e, in termini legislativi, dal Piano regolatore del 1962 al Piano programma degli anni Ottanta sino al Piano particolareggiato esecutivo. A distanza di 17 anni dal varo del Ppe (1993) il dibattito non è affatto esaurito: come si è visto nel convegno "Centri storici e città contemporanea. Politiche pubbliche e strategie di intervento", organizzato da Teresa Cannarozzo e promosso dall'Istituto nazionale di Urbanistica, dall'associazione nazionale Centri storico-artistici, dal Centro di ricerca sui Centri storici e dal dottorato in Pianificazione dell'Università di Palermo, che si è svolto allo Steri venerdì e sabato scorsi. on un punto di partenza, per lo stato dei fatti, fornito dalle cifre snocciolate dall'assessore Maurizio Carta relativamente all'azione innescata dal Ppe: sei bandi pubblici dal 1995 al 2006 (i primi quattro rivolti ai privati, gli ultimi due anche alle imprese), 542 interventi finanziati di cui 224 ultimati, 84 milioni di euro stanziati di cui 36.800.000 già erogati. Numeri indicativi di una inversione di tendenza rispetto al mezzo secolo dai bombardamenti devastanti del 1943, quando di fronte alla assenza di tutela della legislazione del tempo ben pochi erano stati gli interventi invasivi, con il paradosso di un immobilismo che ha tuttavia permesso alla antica città murata di mantenere leggibile - pur tra crolli e degrado - la sua fisionomia storica, e di offrire quindi la ricchissima stratificazione del centro storico all'esercizio teorico e alla elaborazione metodologica. Eppure qualcosa continua a non tornare, se di fronte a cifre ingenti impiegate a macchia di leopardo nei quattro mandamenti e alla presenza crescente di grosse imprese immobiliari, la popolazione residente non ha conosciuto un incremento apprezzabile, e se di contro al recupero di intere stecchee isolati la cesura del centro storico rispetto all'altra città- quella ottocentescae quella di nuova espansione - è rimasta in gran parte inalterata. Di qui le domande, legittime, sull'efficacia complessiva del Ppe, e su quali eventuali nuove strumentazioni puntare per superare questa ed altre impasse. Rispetto al piano redatto da Pier Luigi Cervellati, cavallo di battaglia delle giunte Orlando, i relatori hanno, pressoché all'unanimità, ribadito la loro piena fiducia, riprendendo quella analogia a suo tempo molto dibattuta tra la teoria del restauro di Cesare Brandie l'organismo della città antica come opera d'arte, per cui, come nei dipinti, di fronte alle lacune la strategia prioritaria è quella del reintegro con il ripristino filologico e tipologico dell'edilizia esistente, assumendo come riferimento le mappe catastali di fine Ottocento, rischiando gli equivoci che queste possono comunque generare in mancanza di altre fonti. La forma urbana, in questa accezione, è quella stratificatasi per aggiunte e saturazioni nel corso del tempo, a cui guardare come un organismo definitivamente storicizzato e, a suo modo, compiuto. Lo hanno ribadito, con accenti diversi, Giuseppe Trombino e Giovanni Fatta, quest'ultimo adducendo a supporto quella familiarità con l'identità comunitaria di un sito che ha indotto, per esempio a Dresda e a Mostar, di ricostruire tali e quali la Frauenkirche e il ponte distrutto nell'ultima guerra balcanica. Nulla di più del vecchio slogan "com'era, dov'era". Tuttavia altri esempi sono possibili, soprattutto se riferiti non a edifici monumentali ma all'edilizia residenziale cosiddetta minore dove - altre esperienze a Monaco, a Berlino - il rispetto della morfologia urbana non ha escluso il ricorso ai modi dell'architettura contemporanea come linguaggio di cucitura di spazialità sdrucite da eventi traumatici. Una questione non facile, che rimane, per Palermo, aperta anche alle polemiche: facile, ad esempio citare l'edificio del "Giornale di Sicilia" come fuori scala maldestro, ma lo stesso prestigioso studio milanese Bbpr è stato ugualmente artefice di un inserimento magistrale come l'edificio residenziale di Palazzo Amoroso in piazzetta Santo Spirito, linguaggio moderno al servizio di una morfologia storica, senza forzature né dissonanze. L'approccio filologico ha guidato recuperi imponenti come, tra gli altri, quelli di Palazzo Sambuca, di alcuni edifici di via Celso o degli stessi corpi di fabbrica dell'ex Cassa di Risparmio (dall'edificio di Ernesto Basile al Convento della Mercede sino a Palazzo Cattolica) trasformati adesso in hotel di lusso (ne hanno parlato rispettivamente Marco Giammona, Giovanni Franzitta e Sebastiano Provenzano); eppure quell'insistere dei relatori sulla pratica del "copiato" (che Brandi però bandiva senza esitazioni dal suo orizzonte teorico), con annesso recupero di procedimenti, maestranze e materiali tradizionali - ma certi intonaci che si vedono in giro, plastificati e scrostati alle prime piogge, chiedono vendetta - non vale a risolvere d'imperio la questione: a meno che non si voglia (tutto è possibile) copiare su base fotografica facciata e ambienti di Palazzo Geraci, opera di Marvuglia sul Cassaro, o di Palazzo Papè di Valdina, di fronte la Cattedrale (un caso di abbandono emblematico citato da Giuseppe Scuderi), e ripristinare - addirittura ricostruire - gli esemplari già all'origine più poveri di quell'edilizia in linea che il Ppe raggruppa genericamente sotto la definizione di "catoi". E poi l'interrogativo: per chi, per destinarli a cosa, visto che le esigenze abitative sono inevitabilmente cambiate, e che le foto più antiche ci mostrano già nel secondo Ottocento l'interno dei mandamenti punteggiati di costruzioni degradate? Questioni aperte, appunto, anche perché quello che è mancato dal '93 a oggi è stata soprattutto la capacità (forse anche la volontà) di leggere il centro storico all'interno di un contesto urbano più ampio anch'esso soggetto a rapida mutazione. Se la città antica non si è insomma trasformata (come altrove è stato fatto a tavolino) in uno shopping center, in un quartiere direzionale o in una mera vetrina per turisti (è il fascino irredimibile di Palermo, la sua drammatica malìa) lo stato generale dell'offerta dei servizi senza i quali una città non rivive è restato lettera morta. Mobilità, scuole, verde urbano, viabilità, aree comuni, commercio - da soli non bastano certo musei né pub - sono le carte da distribuire come tasselli fondamentali della pianificazione e della progettazione. Occorre una regia unitaria, una visione d'insieme: senza, potremmo avere ancora una miriade di interventi di ripristino simili a quelli effettuati sinora, tanti esercizi di copiato compilati in un insieme disaggregato, condannato alla esperienza - anche visiva - della frammentazione e della dispersione