La Madonna della Vittoria di Mantegna fu fra i protagonisti della mirabile mostra curata, da Giovanni Agosti e Dominique Thiébaut al Louvre (2008), ma non è mai tornata a Mantova da quando (1797) fu sequestrata dalle truppe francesi. Eppure sarebbe bello rivederla al suo posto, nella cappella di Santa Maria della Vittoria costruita per ospitarla, che dopo la sua traumatica asportazione fu malamente tramezzata e riusata come magazzino militare, bottega, scuola materna. Recenti restauri hanno recuperato buona parte della decorazione a fresco, contemporanea a Mantegna o di poco posteriore; e abbattendo il solaio ottocentesco che la deturpa sarebbe facile recuperare la volumetria originaria. In quella chiesa «fabbricata con ordine e disegno d'Andrea» (Vasari) la Madonna della Vittoria, con gli affreschi fatti per circondarla (lesene, candelabre, cespi d'acanto, dodici santi nelle vele), racconterebbe meglio la propria storia singolare. Guardiamo il quadro seguendo Vasari: «La Nostra Donna col Putto a sedere sopra un piedestallo», su cui sono dipinti a monocromo il Peccato Originale e altre scene. Intorno al trono della Vergine si affollano i santi: a destra, santa Elisabetta con san Giovannino, san Giorgio e san Longino; a sinistra, san Michele e sant'Andrea, e lì presso il marchese Francesco II Gonzaga, «ritratto di naturale tanto bene che par vivo» davanti «alla Madonna che gli porge la mano». Cappella e pala, dice Vasari, furono commissionate dal marchese «per la vittoria avuta in sul fiume Taro, essendo egli generale del campo de' Vineziani contra a' Francesi». Francesco II, inginocchiato sotto la mano protettrice della Vergine, è raffigurato secondo la formula usuale per i committenti. Indubbia è la connessione con la battaglia di Fornovo (6 luglio 1495), e dunque l'intenzione devota del condottiero. Ma a pagare il quadro non fu lui. La storia della Madonna della Vittoria comincia prima della battaglia di Fornovo e fmisce dopo che la pala fu messa in opera. Accanto al marchese, ma non certo nel quadro, c'è un protagonista nascosto (che ne avrebbe fatto volentieri a meno). Fu lui, il banchiere ebreo Daniele Norsa, a pagare di tasca propria il quadro, anzi dovette sloggiare da casa, cedendone lo spazio alla cappella; eppure nel quadro, e nella memoria di tutti, il ruolo del committente tocca al marchese di Mantova. Vediamo perché. Daniele Norsa aveva comprato una casa a Mantova nel 1493, ma volle togliere dal muro esterno «certe figure de santi» che vi erano dipinte (fra cui la Madonna col Bambino), perché le sentiva estranee alla propria religiosità; prudentemente, riuscì a ottenere (dietro pagamento) il permesso del vicario del vescovo. Invano: il 27 maggio 1495 qualcuno mise sulla casa delle figure di santi (probabilmente le stesse che erano state tolte via) con una scritta che biasimava l'empietà del giudeo; e perciò «passando ultra la processione [dell'Ascensione] ognuno guardava, et molte persone cridavano, et trasevano sassi in casa». Il Norsa invia una supplica al marchese, chiedendo giustizia; maFrancescoli si ricorda di lui solo dopo Fornovo, e da Novara scrive al fratello Sigismondo (non ancora cardinale) chiedendogli di provvedere «che li zudei cum omne presteza faciano rifare la figura de Nostra Donna più ornata et più bella che sia possibile». Sigismondo passa l'incarico a fra' Girolamo Redini, ed è lui che l'8 agosto, d'intesa con un altro prete, Marco Antonio Da Porto, propone al marchese di «fare in quella casa una giesia, che si chiamerà S. Maria della Vittoria», e che «maestro Andrea Mantegna farà il quadro d'essa immagine e Voi armato come capitano victorioso sareti cum Vostri fratelli da un canto, et dall'altro la ill.ma Consorte Vostra». Il minimo atto di devozione immaginato dal marchese (ripristinare l'immagine erasa dal Norsa) si trasforma dunque, in sua assenza e in mano ai tre ecclesiastici, in un progetto assai più ambizioso: trasformare la casa dell'ebreo in una chiesa, e porvi dentro un quadro del Mantegna. Per convincere il Gonzaga (ancora sui campi di battaglia), il Redini sostiene (falsamente) che in antico c'era già una cappella della Vergine in quel luogo, e che in tutta Mantova già si diffondono visioni «di essa benedetta immagine», con generale «consolatione». Il marchese accoglie con favore il nome del Mantegna, ma forse ha letto in fretta la lettera, perciò ripete l'idea originaria che «Daniel hebreo de Norsa faccia fare inanti la casa sua, in el loco dove era prima [cioè all'esterno della casa, e non all'interno della cappella], una imagine de la gloriosa Vergine che costi centodeci ducati d'oro, facta per mane di M. Andrea Mantinea». Se poi rifiutasse di sborsare i denari entro tre giorni, «ordinareti ch'el sia impicato inante la casa sua al loco proprio dove era dipinta la imagine». Daniele Norsa paga immediatamente, ma il Redini insiste sul suo progetto, e tempesta di lettere il marchese: «In quelle case ancora si ha a far una giesia, che sarà Sancta Maria dala Victoria»; Mantegna è pronto a dipingere il quadro, e «lo vuole fare in excelentia». Sappiamo questi e molti altri dettagli perché, essendo Francesco II lontano da Mantova, i discorsi intorno al quadro si svolgevano necessariamente per lettera. La documentazione scritta si interrompe quando il marchese rientra a Mantova (novembre 1495); e non sappiamo quanto egli stesso abbia contribuito alla redazione finale del quadro come lo vediamo, con significative varianti rispetto all'idea iniziale. Cappella e quadro furono solennemente inaugurati il 6luglio 1496, nel primo anniversario di Fornovo, anche se Francesco era di nuovo fuori sede. Perciò il fratello Sigismondo gli racconta il «gran concorso di divotione» della processione inaugurale, col quadro che giunge alla cappella su un «tribunale adornato molto solennemente» e trasportato da venti facchini, «una bella oratione vulgare al populo», che il predicatore esorta a ringraziare la Vergine di aver protetto la vita del loro Signore. I mantovani non si saziano (di vedere «cossì digna opera, in specie l'immagine de vostra illustrissima signoria, la quale commuove ognuno atenereza», Francesco II non poteva accogliere le ragioni della supplica di Daniele Norsa: tropoo più conveniente era canalizzare l'avversione che il popolo aveva manifestato contro la modesta (e negoziata) iconoclastia del banchiere ebreo, e far pagare a lui, alla lettera, i costi del quadro. La vittoria del popolo contro il perfido giudeo s'intreccia con la vittoria militare del Gonzaga: con scarto davvero imprevedibile, la riparazione del sacrilegio si traduce in tutt'altro, la celebrazione del condottiero e della Vergine che lo protegge, innescando nei sudditi devozione per Maria e «commozione» per il marchese. La motivazione iniziale (l'«inzuria» dell'ebreo) è del tutto assente dal quadro. Daniele Norsa ha pagato caro, ha pagato tutto, e scompare nell'ombra. - Scompare, ma non del tutto. Un altro quadro, più tardo di 15-20 anni e assai più modesto, mostra la Madonna in trono col Bambino, a destra santa Elisabetta e San Giovannino, a sinistra san Girolamo che regge il modellino di Santa Maria della Vittoria; in basso, quattro ebrei dai tratti fortemente marcati e in alto due angeli con palme che sorreggono la scritta: Debellata hebraeorum temeritate. La tela, ora in Sant'Andrea, viene da Santa Maria della Vittoria. La presenza di san Girolamo rende probabile una commissione di Girolamo Redini (morto nel 1524), a cui il marchese assegnò in cura la cappella nel 1498, o dei Girolamini, a cui essa passerà l'anno dopo. Un affresco di simile impianto, dipinto nel 1514 sul muro esterno della cappella (forse proprio dove erano le «figure de santi» erase dal Norsa), mostrava due figure di ebrei e la scritta (perduta, ma trascritta nel Seicento) debellata Iudeorum perfiditate. Nella pala del Mantegna, accanto al marchese in armi Victoriac memor (così era scritto sulla perduta cornice), si moltiplicano i segnali guerreschi, come lo spado ne dell'arcangelo Michele o la lancia spezzata di san Longino; ma essi contagiano anche le due modeste memorie dell'ebreo sconfitto, vi generano il linguaggio militare delle scritte, la «perfidia» e la «temerità» degli ebrei che vengono «debellate», le palme di vittoria e la tabula ansata alla romana che gli angeli reggono in mano. E spunta dalla pala, l'occasione che la generò, anzi i volti stessi del Norsa e della sua famiglia, riemergono ai piedi della Vergine in questi più cursorii ex voto, che il visitatore o il fedele, poniamo verso 1520 vedeva in sequenza col glorioso dipinto del Mantegna, facendone tutt'uno. Michele Luzzati e Giovanni Agosti hanno segnalato altre storie di ebrei che raspano immagini sacre nelle loro case (per esempio a Pisa, 1491), o sono forzati a pagare per una Madonna (per esempio a Empoli, 1518), manessuna è tanto riccamente documentata, né legata a un artista tanto grande. - Nel 1998 («Corriere della Sera», 25 marzo) un consigliere comunale chiese di rimuovere da Sant'Andrea il quadro della Madonna degli ebrei , in quanto antisemita. Postumi rimorsi, che non riscattano Mantova da quella brutta storia di intolleranze, furbizie e avidità; come non la riscatta la tardiva riabilitazione del Norsa, che il marchese finì con l'assolvere in pieno il 19 agosto 1497 perché il sacrilegio «non è provato», ma senza restituirgli nè soldi nè casa. Quel che riscatta Mantova, semmai, è il prodigioso fiorire fra le sue della cultura ebraica dal tardo Quattrocento, per secoli, e il suo dialogo intenso col più alto umanesimo cristiano.