Torna nel Museo nazionale di Valle Giulia, la statua dell'Apollo di Veio, capolavoro dell'arte etrusca del VI secolo a.C. Il restauro, durato sei mesi, ha restituito colore e plasticità all'opera, rivelandone anche alcuni segreti L'Apollo di Veio sorride da oggi più enigmatico che mai nella sala del museo etrusco di Villa Giulia a Roma. Dopo un restauro durato 6 mesi e costato 50 mila euro, coordinato da Francesca Boitani, la direttrice del museo, e realizzato da Tuccio Sante Guido, la statua acroteriale in terracotta del VI secolo avanti Cristo torna a rivivere nei suoi colori originari. Del dittico originario che lo vedeva combattere con Eracle, per ora è visibile soltanto la grazia del dio della luce. Nei prossimi mesi verrà recuperata anche la statua del dio della forza. Un restauro, quello dell'Apollo di Veio, condotto secondo i canoni della scuola di Cesare Brandi: rigore filologico e tecniche non invasive a protezione dei materiali originari sono state usate per restituire a uno dei capolavori dell'arte etrusca la sua naturale policromia, ma anche per ricostruire o integrare la continuità delle sue parti mancanti, soprattutto quelle inferiori e del mantello dal quale erano stati rimossi alcuni punti di colore. A un primo sguardo il restauro sembra aver restituito il mélange coloristico originario ottenuto con un'accorta mescolanza di tonalità calde e fredde. Le prime coprono una gamma che va dal giallo al rosso e caratterizzano il colore violaceo dell'incarnato, mentre le seconde sono associate a campiture più scure presenti nei panneggi della tunica e del mantello corto. «La sua tenera superficie argillosa era stata ricoperta da una patina opaca e impermeabile come la cera creata dal primo intervento di Giulio Cesare Falessi nel 1919, pochi anni dopo il suo rivenimento - ha commentato Tuccio Sante Guido -. Per rimuovere questo strato è stata usata la stessa mistura di solventi volatili che ha permesso di recuperare il David di Michelangelo». Dalla densa coltre sono così riemerse le sottili pennellate che tratteggiavano il panneggio del mantello, oltre che i tratti molto pronunciati del volto e l'intarsio delle trecce che cadono sul collo e sulle spalle dell'Apollo. L'analisi scientifica, coordinata da Maurizio Diana, ha permesso di indagare i misteri della struttura della statua, rilevando mediante radiografie ed endoscopie la presenza di numerosi elementi metallici inseriti nelle articolazioni, all'altezza delle giunture tra le spalle e le braccia e di quelle tra il busto e le cosce, essenziali per mantenerne l'equilibrio. L'analisi di fluorescenza ha inoltre individuato nei colori la presenza predominante di due minerali, il ferro e il manganese, mescolati ad arte ricorrendo a una tecnica che si differenzia notevolmente da quella utilizzata per le ceramiche greche classiche, note anche agli etruschi. In base a queste ricerche è certo che l'anonimo coroplasta dell'Apollo abbia seguito una tecnica di lavorazione rivoluzionaria per la sua epoca. Rispetto ai maestri della ceramica greca, infatti, questa statua d'argilla è stata sottoposta a un'unica cottura a una temperatura compresa tra i 950 e i 1100 gradi. Una soluzione davvero innovativa per un manufatto di grandi dimensioni che fa dell'articolazione dei movimenti e dei particolari anatomici la sua cifra stilistica e che molto probabilmente non avrebbe resistito a una lavorazione più laboriosa. Questa tecnica si rese necessaria per proteggere la statua dall'esposizione degli agenti atmosferici. Apollo ed Eracle, infatti, erano stati originariamente collocati sulla trave di colmo del tempio di Portonaccio, il più noto santuario di Veio dedicato al culto di Minerva. Ricorrendo alla stessa tecnica rivoluzionaria, un misterioso scultore realizzò il ciclo devozionale composto da dodici gruppi di statue, ispirato a quello del più famoso santuario di Delfi e collocato tra il kalypter hegemon del culmine e i kalypteres degli spioventi del tetto del tempio. Resta ancora da sciogliere il dubbio sull'identità di alcune divinità rappresentate nel ciclo, tra le quali sono state riconosciute soltanto le figure dell'Apollo fanciullo stretto tra le braccia della madre Latona, Mercurio e Hermes. Alloggiato su una base a zoccolo, alta 60 centimetri e variamente dipinta, Apollo lottava con Eracle (l'Ercole dei romani) in un gruppo che raffigurava il mito, in realtà abbastanza raro nella tradizione greca, della contesa per Cerinite, la cerva dalle corna d'oro sacra ad Artemide, la sorella di Apollo. Da quella lotta Apollo uscì sconfitto, ma Zeus gli permise ugualmente di entrare a far parte dell'Olimpo. Descrizione della battaglia: al nostro sguardo il solitario Apollo si mostra realmente impegnato in una lotta. Ed eccolo avanzare verso sinistra con il braccio destro, mentre quello sinistro scende verso il basso, forse impugnando un arco. La sua postura tradisce un dinamismo perfettamente controllato, mentre quegli occhi oblunghi incastonati nel golfo di un lungo naso perpendicolare riflettono una certa, innaturale, serenità. Lo sguardo sembra essere diretto verso quello dell'antagonista, il possente Eracle, che nel gruppo originario è rappresentato nello sforzo di trattenere la cerva scalpitante tra le sue gambe, mentre si protende verso destra nell'atto di brandire una clava. La leggera torsione di Apollo ha sicuramente un effetto drammatico, ma obbedisce anche a una precisa legge prospettica. Le dimensioni del suo volto e della sua cassa toracica, infatti, non sono simmetriche rispetto alla volumetria del corpo e sono dovute alle deformazioni ottiche che la scultura crea quando è collocata in un contesto narrativo e ambientale più ampio. Il gruppo è stato infatti concepito per un'unica visione laterale, corrispondente al lato del tempio dove correva l'unica strada di accesso al santuario, e doveva essere visibile anche da grandi distanze. Un altro capitolo che infittisce il mistero di questa ardita composizione è quello dell'identità del suo autore. Senza nome ma ugualmente geniale, esperto nella lavorazione dell'argilla e del bronzo, lo si riconosce dallo stile internazionale, quello ionico esportato tra il 540 e 500 avanti Cristo dalla Grecia all'Etruria meridionale. Gli esperti esegeti del suo mistero lo hanno identificato con una lunga e complicata parafrasi che gli assegna un'identità storico-geografica, ma non una nominale: «Veiente esperto di coroplastica». Di lui si sa che accettò di lavorare per Tarquinio il Superbo, il quale gli commissionò la quadriga acroteriale del tempio più importante di Roma, quello di Giove Capitolino, ma anche che era cresciuto nella celebre bottega artistica di Veio, fondata da Vulca, anche lui chiamato a Roma verso il 580 avanti cristo dal re-mecenate Tarquinio Prisco. Dell'arte moderna si apprezzano i nomi degli artisti piuttosto che il valore delle loro opere. In quella etrusca, invece, l'opera oscura l'identità dell'artista. Il nome di un grande maestro è scritto in questo volto di giovane dio combattente che appare nell'oscurità.