R2CULTURA ARTE Jean-Jacques Rousseau nelle memorie scrisse che «Parigi è tutta la Francia»: oggi nonè più così, l'esagono esprime una politica culturale policentrica, con città assai vivaci in concorrenza con la capitale. L'elegantissima Nantes propone una mostra Fascinante Italie. De Manet à Picasso 1853-1917, Musée de Beaux-Arts,(fino al 1 marzo, a cura di B. Chavanne, I. Julia, C. Schama, C. Zappia) che conferma quanto detto. La mostra pone al centro una stagione certamente non tra le più felici dell'arte italiana. Un mezzo secolo nel corso del quale l'Italia non è più quel faro che era stata: quantunque non sia più il tempo di Michelangelo e Raffaello, di Tiziano o Canova gli artisti francesi non smettono di visitare il Belpaese. Manet era stato in Italia una prima volta nel 1853, Picasso nel 1917: di qui la periodizzazione della rassegna che altrimenti non si spiegherebbe. Il malagueño non solo vide i dipinti di Pompei, ma ammirò gli affreschi di von Marées nell'Acquario di Napoli. Si tratti di pittori accademici come Baudry, Chapu o Lévy, di artisti indipendenti come Moreau e Degas, o di pittori già celebri come Monet, Renoir, Rodin o Picasso tutti considerano indispensabile attingere all'arte italiana. «Questo paese dove le modelle sono ad ogni passo...», scrive Ernest Hèbert da Napoli nel 1853, dove cioè la bellezza è disseminata in ogni dove. I carnet de voyage sono al riguardo esemplari: a cominciare da quelli di Édouard Manet che col fratello Eugène visita l'Italia nel '53 e nel '57. La sagoma del Duomo, sotto il lattescente disco della luna, la dipinge a Milano Maurice Denis nel '16. Odilon Redon a Venezia in due riprese, dipinge un paesaggio di case, senza laguna, senza i merletti delle architetture, solo case nude e barche, forse a Murano: del tutto refrattario al mito cartolinesco. Renoir a Napoli nel 1879, in Costieraea Capri dipinge con inesauribile felicità, a cui non è estranea l'adolescente bonne delle sue figlie. Sono circa un centinaio i pezzi in mostra tra disegni, acquerelli e oli e talvolta sorprendono perché ci offrono dell'Italia aspetti assolutamente contraddittori che già erano venuti in luce nella mostra che si tenne al Musée d'Orsay alcuni mesi fa con al centro Ernest Hébert, la cui casa-museo, in rue du Cherche Midì, è uno dei luoghi più deserti e incantevoli di Parigi. Da questo museo vengono, Les Filles (1855) ad Alvito, paesino ai confine tra Stato Pontificio e Regno delle Due Sicilie che incedono con brocche in testa e abiti che sono tuniche, quasi fossero le divinità dell'Eretteo. Alfred de Curzon, nel 1852 in Abruzzo, rende omaggio a Una giovane madre che, mentre fila, sorveglia il sonno della sua creatura in culla. Tela di una compostezza e di una qualità di fattura che si direbbe fiamminga e, non a caso, lasciò incantati Maxime Du Camp e Theophile Guatier al Salon del 1859. Jean-Baptiste Carpeaux, prix de Rome, nel 1854, destinato a divenire uno degli scultori più celebri di Francia, nel busto della Napoletana ridente, raffigura una giovane fanciulla a cui restò intimamente legato per la vita. Con Barbara l'artista ebbe una storia, come si dice, ma la famiglia la diede sposa a un paesano che non amava. La fanciulla morì di consunzione in seguito alla nascita di un bimbo. Carpeaux eseguì numerosi studi e busti di Barbara e ancora nel 1874 inviava soldi alla nonna perché ponesse fiori sulla sua tomba. Una storia molto romantica, e questo filo tra artisti stranieri e belle italiane è molto tenace, già reso mito dalla Gazielle di Lamartine. Van Gogh mai visitò l'Italia, ma dipinge nel 1887 l' Italiana, una giovane modella con la quale ebbe una relazione: occhi a mandorla, capelli neri, bocca carnosa che la scheda in catalogo dice essere "tipici italiani". Ma va là... Assai ricca la sezione La memoria dei maestri, dedicata ai molti studi o copie che grandi pittori come Degas, Manet, Moreau fecero da Mantegna, Andrea del Sarto, Carpaccio, Ghirlandaio.