ROMADovrebbe essere in fase calante la crisi sismica slovena. Ma se anche arrivasse una forte replica, non metterebbe a rischio edifici e monumenti delle vicine regioni Friuli Venezia Giulia e Veneto. Ne è convinto il professor Enzo Boschi, presidente dell'Istituto nazionale di geofisica (Ingv). Previsioni sull'evoluzione di questo terremoto? «L'andamento classico prevede scosse decrescenti. Ma non si può escludere una replica di intensità paragonabile alla prima scossa: 5,2 Richter. E' successo anche durante la crisi umbra del 1997-98, quando registrammo ben cinque riprese molto molto forti». In una eventualità di questo tipo, il patrimonio monumentale del nostro Nordest, già scosso lunedì, potrebbe risentirne? «Direi di no. Il Friuli, dopo il terremoto del 1976, 6,4 Richter, cioè quaranta volte più forte di quello sloveno, è stato ricostruito in modo esemplare con rigorosi criteri antisismici. Anche gli edifici storici sono stati adeguati e rinforzati per resistere a sismi ben maggiori di quello di lunedì». E Venezia, che ha piedi immersi nell'acqua? «Per fortuna gli edifici di Venezia sono stati costruiti su un substrato che, pure poggiando su terreni paludosi, si adatta ai movimenti ed è in grado di ammortizzare i terremoti. Anche questa città non corre rischi da eventuali forti repliche della crisi sismica slovena, tuttavia a mio parere improbabili». L'Italia, oltre che ai propri, è vulnerabile anche a terremoti esterni? «Può senz'altro risentire dei terremoti violenti che si dovessero verificare nella parte più vicina della penisola balcanica. Per esempio, la Puglia dei terremoti greci, il Nordest di quelli jugoslavi. Ma non in maniera catastrofica. Paura e piccoli danni sì: è già successo in passato». La nuova mappa sismica compilata da voi non lascia nessuna regione fuori dal rischio. Dove è maggiore? «Purtroppo in una lunga fascia appenninica che da dall'Abruzzo alla Sicilia Orientale. Qui si può arrivare a terremoti di 7,3 Richter, come dire mille volte maggiori di quello sloveno. Però i tempi di ritorno sono lunghi, e le zone che hanno già subito forti eventi come Messina (1908), Avezzano (1915), Irpinia (1980), dovrebbero stare tranquille per secoli».