«I BENI CULTURALI? Prima di tutto devono imparare a comunicare. Vede, da quando sono in questo ufficio la rassegna stampa è triplicata. Si siede indicando un faldone a più volumi appoggiato accanto al suo computer Mario Resca, direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale del Mibac. Quel manager dei musei (ex numero uno di McDonald's Italia) rubato al mondo dell'impresa, fortemente voluto dal ministro Bondi. Per questo avete pensato alla campagna pubblicitaria Se non lo visiti lo portiamo via? «Certo (ride): da ieri vengono trasmesse anche sulla Rai le immagini provocatorie del Colosseo in fase di smontaggio e del Cenacolo di Leonardo trasportato da operai in una strada newyorkese». Che cosa significa? «E' un messaggio rivolto con linguaggio semplice al grande pubblico: siamo noi come cittadini i primi a doverci prendere cura del nostro patrimonio artistico». Vista a mancanza di fondi de ministero? «Soldi ce ne sono pochi, non è un segreto: occorre puntare sulla collaborazione con importanti soggetti privati. Far capire a potenziali partner che legare la propria immagine a iniziative culturali garantisce un ottimo ritorno d'immagine». Ma scopre il fianco ad atrettante critiche: basta guardare a quanto è successo con i pannelii pubblicitari montati su Ponte Vecchio, a Firenze «Eppure a Roma e Venezia non è accaduto nulla. A Milano il giorno di Sant'Ambrogio i musei sono rimasti aperti gratuitamente grazie a un'operazione di comarketing: un sucesso straordinario. Certo, occorre porsi i limiti del buon gusto, applicare una legge, che esiste e deve essere rispettata. Per questo abbiamo creato all'interno del ministero figure professionali capaci di stimolare i privati (banche e grandi gruppi) a investire nella cultura». Per far rendere arte? «Vengo dall'impresa: dopo un anno sono ancor più consapevole della responsabilità che comportano tutela, conservazione ma, soprattutto, la valorizzazione di un patrimonio immenso, purtroppo sotto utilizzato». E' possibe invertire i trend? «Occorre capire qual è il nostro punto di forza: in assenza di risorse naturali, con un'industria che non è in grado di creare nuovi posti di lavoro (anzi), bisogna renderci conto che il patrimonio culturale può diventare uno degli asset portanti del rilancio economico del nostro Paese. Abbiamo in abbondanza beni sui quali gli altri paesi europei stanno investendo. Con un paradosso...». Che sarebbe? «Pur avendo molto meno di noi (artisticamente parlando), investono molto di più. Garantendo così anche un'importante ricaduta economica sul territorio». Quindi? «Dobbiamo svegliarci: ci vogliono riforme legislative capaci di incentivare i privati a investire». La famosa defiscalizzazione di cui si parla da anni. «Ed è bene continuare a parlarne finché non diventerà operativa: è indispensabile coinvolgere il privato, favorendo il mecenatismo attraverso incentivi fiscali, come avviene all'estero. Pensare che lo Stato da solo possa continuare a pagare a pioggia per sostenere la cultura non è realistico. L'alleanza pubblico-privato è la strategia da seguire». Una ricerca ha individuato nei servizi aggiuntivi punto deboe dei nostri muse: perché? «Siamo in competizione con offerte di tutti i tipi, dal cinema ai centri commerciali e quindi le nostre linee guida dovranno essere il pricing (una politica dei prezzi accessibili, ndr), il marketing e la qualità degli eventi. Ma anche altri fattori come gli orari, le librerie o i servizi al pubblico. L'obiettivo è ribaltare l'espressione secondo la quale con pezzo da museo' si intende qualcosa di polveroso». A proposito di servizi aggiuntivi, e concessioni sono scadute da tempo: cosa state aspettando? «Entro il 30 giugno le gare per l'assegnazione saranno espletate». Da Bologna è partita un'iniziativa per salvare il complesso di Santo Stefano. «Sono nato a Ferrara, e quindi particolarmente sensibile a un complesso di questo livello. Ma sottolineo che un bene è, prima di tutto dei suoi cittadini. E credo che gli imprenditori bolognesi non possano tirarsi indietro».